L'ULTIMO MANTRA |
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Giochi di foglie in uno spazio strano. Mille le grazie e dolci le brezze al mattino. Albe nitide, nette, affilate e davanti agli occhi un fiore arduo da conquistare. Il grande segreto vive profondo, le vite lo coprono, le situazioni lo nascondono. Su uno scenario cangiante di mondi e vite in movimento, lui è sempre al centro. Ma non importa, occorre tempo. Per il momento qualcuno o qualcosa dalla cima canta, dona un regalo come un grazie, e resta lì, sospeso, sopra a questa fonte fresca che toglierà sete e stanchezza. Ci affileremo il profilo contro questo vento freddo che punge e morde e incita al lavoro, e vuole energia. Il fuoco poi scalderà, consentirà le pause, il pensiero, una occhiata al cielo nero, punteggiato di stelle e di ipotesi dentro e fuori dal nostro girotondo, da questo stare al mondo con soffietti e mezze voci, stretti stretti come noci sulla stuoia, come fichi a seccare, come un pane a lievitare. Starà immobile ma al tuo ritorno lo troverai diverso, sarà cresciuto. Da quassù cielo azzurro e nebbie in basso, niente disturberà questa mano che lavora, che usa il setaccio e muove lo staggio con lentezza, con piacere nell’ebbrezza del silenzio. L’avventura ha inizio da qui, da questa sedia, da questa verità. Una donna avrà un bimbo e questo bimbo si farà uomo. Accadrà però un mutare degli eventi, un rovinoso andare dei venti che farà sì che poco la madre cresca quel bimbo, ma molto più il vecchio Ero. Non è certo un gioco di situazioni scomode, di torti subiti, di mattini impauriti rivoltati contro una povertà incosciente, contro povera gente, non sarà certo questo ad impedire a ciò che cresce e ora è fresco e tenero, di farsi uomo e di pensare, e scegliere. Raccogliamo frutti da tutto ciò che abbiamo attorno e di quei frutti ci cibiamo fino a quando noi, a nostra volta, frutti daremo. Un esempio sarà mostrato, talvolta il frutto è innato, e comunque non sempre fiorisce. Se l’esempio sarà accettare il sacrificio, accetterà il giovane fin da ora un sacrificio immenso, il crescere incerto del proprio essere; forse avremo allora un altro uomo sulla terra. Egli parteciperà con noi alle dure prove e ci starà accanto, e sarà al fianco con occhi attenti e membra pronte, con parole buone ed il cuore in mano. Ero mi guardò con occhi stupiti e allo stesso tempo divertiti. Gli gettai il bastone. Lui aprì la mano destra distendendo il braccio. Il bastone si fermò in perfetto equilibrio quando la sua presa si serrò. Infilò il bastone nella tana. Cominciò a muoverlo in ogni direzione, a spingere e battere. Poco dopo un ringhio preannunciò l'imminente attacco del prognat. Uscì infatti questo dalla tana correndo contro chiunque fosse questo ospite sgradito. Sapevo che erano animali molto combattivi. Un salto indietro di Ero ed una rotazione veloce del bastone che colpì il muso del prognat, diedero inizio al combattimento. Un nuovo attacco in linea retta del prognat. Ero porse il fianco iniziando una rotazione molto rapida del bastone che colpì due volte il prognat facendolo vacillare; un improvviso cambio di rotazione del bastone determinò un colpo che ribaltò il prognat a terra. Rapidissimo Ero prese ad incalzarlo con una serie di colpi che portava usando l'estremità del bastone, che rapido scivolava nelle sue mani. I colpi non erano molto forti, ma avrebbero potuto esserlo. Ogni tentativo di ricomporsi da parte del prognat veniva ostacolato dalla rapidità dei colpi di Ero, fino a quando un colpo più deciso, lo fece rotolare a terra proiettandolo lontano. Il ringhio divenne meno sfrontato, l'insulto meno audace. Retrocedette il prognat, poco soddisfatto, in direzione della sua tana. Il modo in cui Ero si era mosso mi era sembrato più quello di una danza che di un combattimento. Sta di fatto però che adesso si voltò verso di me e disse: "Bene, adesso tocca a te, ma cerchiamone un altro che questo ha perso gran parte della sua grinta." Inutile dire che avrei preferito riprovare con lo stesso e neppure la mia vaga speranza di non trovarne altri, venne esaudita. Ben presto un nuovo foro nel terreno, disse che il momento di mostrare ciò che avevo imparato, era arrivato. "Coraggio, fidati di ciò che è in te e del tuo bastone e comunque io sono sempre qui. Ma verranno i giorni in cui sarai tu e tu soltanto." Infilai il bastone nella tana. Sentii che il bastone non impattò con la terra, ma con qualcosa di leggermente più soffice, più elastico. Spinsi con energia e a giudicare dal ringhio questo non piacque al padrone della tana. Sentii il bastone animarsi, si muoveva, veniva strattonato e mosso lateralmente. Una mia nuova spinta risultò determinante per fare uscire allo scoperto il prognat. Era enorme, sicuramente uno dei più grossi che avessi mai visto. Uscì dalla tana e si fermò ringhiante davanti alla sua imboccatura. Il pelo giallo bruno era ispido, il collo tozzo serrato nelle spalle, le zampe anteriori leggermente piegate sostenevano il peso del corpo sbilanciato in avanti. All'improvviso, con un balzo, scavalcò il bastone e si portò oltre la mia guardia. Ruotai il corpo velocemente, anticipando di poco la rotazione del bastone che si caricò di una forza non indifferente. I denti del prognat erano già vicinissimi alla mia gamba destra quando il bastone lo colpì, con forza, allontanandolo di un paio di metri. Per niente intimorito si voltò e mi cercò nuovamente. Cambiai la mia presa sul bastone, poi, facendolo scivolare, colpii il prognat con la punta, sui denti, poi dietro e ancora avanti, sul collo, ancora dietro e avanti fino al lato della testa. Ebbe un attimo di smarrimento, poi continuò ad attaccare. Feci un'altra rotazione che portò il bastone a segno, poi ancora un'altra, poi, sfilando fra le gambe del prognat, il bastone si puntò a terra e lo ribaltò. Era inutile, il prognat continuava ad attaccare ed io cominciai a perdere i riflessi. Lo lasciai avvicinare, eseguii una nuova rotazione laterale che mi permise di colpire il prognat portandolo di lato, continuai la rotazione. Questa volta avrei voluto portarmi frontale per abbattere il bastone con quanta più forza avevo, sul dorso del prognat, ma il combattimento, il continuo pesticcio ed il raspare dell'animale, avevano fatto scomparire l'erba ed il suolo era diventato una fanghiglia melmosa. Quando incrociai le gambe per avvitarmi, un piede scivolò, questo sbilanciò tutto il movimento, tanto che persi l'equilibrio e caddi a terra. Vidi, a pochi metri da me, il volto ringhiante di un prognat incattivito da un duro combattimento e probabilmente da un pranzo interrotto. Provai un senso di smarrimento. Sapevo quanto era pericoloso trovarsi alla stessa altezza di quegli esseri, e di come fosse loro istinto aggredire al collo. Vidi che si schiacciò a terra preparandosi a saltare. Così fece. Un balzo teso verso il mio volto. Mentre volava sentii un guaito e vidi il suo ghigno mutare. Si avvicinava. Mi voltai, quasi per istinto. Lo sentii arrivare pesante sulle mie spalle, alla base della testa. Un tonfo sordo, ma alla caduta non fece seguito alcun movimento. Mi mossi veloce per allontanarmi. Mi alzai raccogliendo il bastone e mi voltai. Vidi il corpo del prognat immobile con un pugnale infilato nella gola. Alzai lo sguardo e vidi Ero, per fortuna anche questa volta, presente. "Hai combattuto bene," disse, "ma non dimenticare mai il contorno, mentre tu combatti il mondo non scompare. Hai sorvegliato bene l'animale e con esso ti sei battuto bene, ma hai dimenticato che il suolo era umido, la terra scivolosa. Questo errore oggi è stato perdonato dal caso che ha voluto che io fossi qui, altre volte il caso può essere meno premuroso per il tuo destino." Tacqui. Rincresceranno a noi le parole che non avremo detto, che forse non diremo mai. A malapena ci scuseremo dei peccati, degli errori, dei dolori profondi, della pietà verso di noi. Quella sera ringraziai un po' tutto. Un brivido scese liscio lungo la schiena come acqua nella valle. Mangiammo carne di prognat e il cibo aveva un sapore diverso, le stelle un colore diverso e il fuoco un calore, un bruciore, uno scalpitare interiore. Inesaudibili restano i sogni, perché sono tali. Sogni, quella sera, non ce ne furono. Quella sera scelsi il primo simbolo che avrei inciso sul mio bastone. Un anello, come quello che proteggeva quelle montagne, come quello che formava il mio bastone, vorticando nell'aria, come la danza di una vita che univa la mia a quella di Ero e a tutte le cose che ci circondavano, un anello come la danza che volli danzare attorno a quel fuoco, attorno a quello spremersi del tempo, di cui non seppi mai riconoscere l'inizio, la fine. Ero mi guardava, sorridente, felice di me o felice di sé, felice del posto o del sorriso, felice del canto, che cantava nascosto nel cuore. Riposare nello stagno del tempo, rivedere l'accaduto, abbracciare ogni minuto che ti si pone davanti, che ti rimane alle spalle. Non sarete mai stanchi, mai troppo riconoscenti, mai troppo incauti, mai così vuoti, da non avere parole da tacere, pensieri da abbandonare, emozioni da considerare per ciò che sono, perché sono te. Altro tempo passò e noi rimanemmo ancora un po' più vicini, un po' più amici. Un'ombra calò sulle palpebre ed io entrai nel misterioso mondo dei sogni. All'inizio fu l'oscurità. La mia mente rimase muta e assente. Si accese all'improvviso un fuoco, ma non emetteva né luce né calore, sembrava una semplice immagine, riflessa sul fondo scuro di uno stagno. Il fuoco lambiva l'oscurità con spade incandescenti che da esso si levavano all'infinito, ma questa sembrava non esserne ferita. Lentamente, il buio attorno alla fiamma, prese forma e mostrò una figura d'uomo coperta da un mantello. Tale era l'immobilità e l'assenza di luce che mi era molto difficile individuarne i contorni. All'improvviso due mani grandi, enormi, uscirono da sotto il mantello e si levarono in aria. Le lunghe dita ossute, rigavano l'oscurità pacifica e le strane movenze producevano su di me uno vago senso di inquietudine. Poi le mani si unirono e la figura si liberò nell'aria. Un ampio cappuccio gli copriva il volto e il mantello, tutta la figura. Le mani unite e tese davanti all'addome, la punta delle dita verso il mento. D'un tratto apparvero nell'aria cinque dischi colorati che, muovendosi velocemente attorno alla figura si disposero secondo quello che sembrava essere uno schema già esistente, come se ubbidissero ad un comando ben preciso. Il disco nero volò in basso, sotto ai piedi intrecciati dell'ombra. Non so com'è che potesse essere visibile, ma probabilmente ciò era dovuto alla diversa essenza della sua materia. Il disco verde si portò all'altezza del basso ventre, quello rosso volò sul cuore, l'azzurro fino alla testa, probabilmente all'altezza della fronte. Il quinto disco, di colore chiaro, volò in alto. Sembrava in grado di risplendere anche in una immagine senza luce, come era quella che mi si mostrava. Improvvisamente, i cinque dischi, iniziarono a ruotare su se stessi, contemporaneamente la testa dell'ombra si mosse, parte del volto cominciava ad essere visibile. I dischi adesso iniziarono una rotazione anche su di un’asse immaginaria che li attraversava. Il volto era quasi visibile, i dischi sembravano mutare la loro forma. Nella mia memoria, qualcosa si mosse quando, molto più rapidamente di come era apparsa, l'immagine si dileguò, tornò, e rimase oscurità soltanto. Un dondolare improvviso incrinò la densa notte che velava i miei occhi.... ...Fece un attimo di pausa. Toccò il fuoco e questo avvampò, enorme, quasi inguardabile, temibile, poi vi soffio dolcemente sopra ed il fuoco rimpicciolì, vi soffiò sopra e di nuovo lo costrinse entro il suo spazio, entro i suoi limiti. Nello scintillio della fiamma il suo volto scomparve, e a me parve di essere sfiorato, stretto da una presa avvolgente, serene, amica. Quando la fiamma ebbe ripreso le sue dimensioni originarie, guardai di nuovo Ero e di nuovo vidi il suo volto immobile, senza età, senza tempo. Riprese: "Cinque anelli sorsero nel mondo. Uno di essi strinse il fuoco e lo creò , un altro racchiuse in sè il cielo, dipinse infine il terzo, in mezzo ad esso, la terra. Gli altri due si misero agli opposti e dal loro scontro si creò il moto, sorsero gli opposti. La vita e la morte si fronteggiarono ma nessuno delle due avrebbe rotto l'equilibrio. I tre anelli vorticarono dentro una sfera chiusa. Questi dettero origine alla materia tangibile su cui svilupparsi, ma la sostanza che li racchiudeva era inesistente, eppure inespugnabile. Nessuno mai li toccherà." Mentre Ero parlava, il fuoco illuminava il suo volto senza età, solo pura essenza, solo voce tonante nel buio di una notte china su di un fuoco, perso nell'immensità dei tempi. "L'ombra, il Tempo" continuò, "tenne per sè i due anelli maggiori, creatori degli opposti, creatori delle origini di tutti i moti. Questi, i più potenti, li infilò alle dita, così che il suo comando su di essi potesse essere immediato. Un altro volle tenere per sè, l'anello verde, l'anello della vita, del soffio vitale della speranza che cresce e germoglia con la vita stessa, con il desiderio di essa, con la necessità della prole. Gli altri due anelli li consegna alla fine di ogni mille anni, ad uno dei suoi figli, affinché li usi per l'istruzione. Con l'anello azzurro il Tempo seminerà purezza nell'anima prescelta, aiutato poi dallo stesso anello il precettore dovrà istruire il prescelto alla calma, alla pace interiore. Con l'anello rosso invece, il Tempo darà l'energia e il precettore insegnerà l'amore, senza il quale la strada risulterebbe difficile e confusa, densa di incognite e di incertezze." ... ...Ero si sedette, estrasse la spada dal fodero ed iniziò ad affilarla. Quando ebbe finito si alzò e disse: "Guarda, questa e l'ultima delle armi a cui io ti preparerò. Questa è l'arma fra tutte che io prediligo maggiormente. Adesso guarda." Ero impugnò Eterien, la spada dello svolgersi e del divenire. Iniziò a muoversi lentamente e oscillava Eterien quasi come volesse sentirne il peso, la consistenza, la dimensione. I primi movimenti furono piccolissimi, brevi, chiusi. A mano a mano che il tempo passava, l'oscillare diveniva più ampio, il movimento più comprensibile, apparentemente più armonico. I movimenti ampi e lenti si chiudevano in colpi precisi, veloci, poi di nuovo si svolgevano, si riaprivano. Ero ritrovava un equilibrio mai perso, raccoglieva la sua energia per sprigionarla poi nel momento finale dell'azione. Ma questo movimento, l'estremità finale del colpo era già l'inizio di un altro movimento ampio che caricava nuovamente Ero di energia. L'armonia fluiva libera con lo svolgersi della forma che il corpo di Ero assumeva, la cangiante flessibilità del suo corpo parlava, si esprimeva alla mia parte non cosciente. Questa danza durò a lungo. Per tutto quel tempo io rimasi immobile ad osservare. Al termine, Ero splendeva più del fuoco. Posò a terra Eterien ed uscì dalla grotta sotto una pioggia che sembrava non bagnarlo. Per uno strano intuito sentii che l'ora in cui mi avrebbe lasciato era prossima. A terra splendeva Eterien, la spada dello svolgersi e del divenire.... ...Aprii gli occhi ed il nero baratro si era mutato in un celeste stagno e su di esso ruotavano fiori bianchi dai petali enormi. Una voce mi chiamò, non era la voce di Ero. Alzai lo sguardo e Abele non era più là, ma una donna adesso stava sull'isola nel mezzo del lago. "Che tu sia il benvenuto caro Han, io sono Sael. Sono venuta da te con Ero. Fu lui a volermi chiamare Abele. A lungo ti ho guardato. Sono lieta che sia tu il prescelto, il tuo animo é profondo come questo lago e il tuo cuore è sincero. Io sono Sael la signora che vive e avvolge la terra, io sono Sael l'indomabile creatura che è sorta dall'incontro degli anelli minori e che, come figlia ribelle, si muove entro i poli opposti del creato. Io sono colei che anima il germoglio e colei che lo uccide, colei che partorisce un bimbo e lo fa uomo. Io sono una madre ringhiante per una prole indifesa e sono il serpente che ti punge nel tuo letto. Io faccio il destino ma non lo sono. Io sono in te, con te e contro di te. Io sono Sael la molteplice, colei che perdura oltre il capovolgimento dei tempi, il mutare delle cose, lo scomparire delle genti. Molte volte mi incontrerai lungo la tua strada, ed io ti mostrerò tesori e passioni inaudite, dolori e tristezze infinite. Unico rispetto io devo agli insondabili Taor. Io sono la scala che tu salirai, lo scalino su cui cadrai. Scomparirò anch'io, con lo scomparire del tempo e dei mille anni, se tu non riuscirai e questo mi duole, ma non posso aiutarti né mai ti aiuterei. Un unico rispetto io devo." La voce cessò, la luce si strinse e si concentrò. Un unico punto sospeso nel vuoto essa diventò. Poi venne il sole e tornò il baratro, il mostro d'oro e la grande sala, la stretta fessura e poi l'aria... ...Passarono veloci davanti a me, dei cavalieri armati e travolsero un bimbo e un vecchio che si tenevano per mano, travolsero il passato ed il futuro che sono sempre legati fra di loro. Corsi verso il vecchio, ma questi era oramai moribondo, con un filo di voce disse: "Cerca Semel, egli è solo, non ha nessuno, cerca Semel e aiutalo, te ne prego." I suoi occhi si chiusero, per un'ultima volta le sue mani strinsero e poi lasciarono. Il vecchio si accasciò perché per lui adesso era tutto finito. Mi voltai e vidi il bimbo a terra che rantolava. Mi avvicinai. Il suo petto era completamente viola, uno zoccolo di cavallo lo aveva colpito stritolando il suo tenero torace. Gli presi la testa fra le mani, volevo carezzarlo, cercare di calmarlo. Mi sentii colpire con una frusta. "Ehi, tu, lascialo fare, non merita di vivere. Non devi toccarlo è marchiato con il segno della colpa." disse un soldato, dall'alto del suo cavallo. Il mio cuore ruggì con una potenza inaudita. Eterien uscì veloce dalla sua tana e cominciò a mordere, a tagliare. Caddero gambe e teste e braccia e più soldati accorrevano più Eterien danzava, danzava e uccideva. La terra si fece rossa, le mura si macchiarono di sangue in quell'esplodere di rabbia che non avevo mai conosciuto. Quando la sua danza si arrestò ed io tornai in me, molte teste erano state staccate, molte vite spezzate. Ai miei lati stavano accorrendo altre guardie, ma il loro timore era grande. Guardai il bimbo a terra. I suoi occhi sbarrati guardavano un cielo invisibile, guardavano un cielo che non vedevano nè avrebbero più visto. Allora tutto mi sembrò inutile, tutto quel sangue, tutte quelle vite perdute. Inutile, tutto era allora inutile. Eterien cadde dalle mie mani, le guardie si avvicinarono, la presero, mi presero, ma io dimenticai tutto. Tutto era stato inutile.... ...Aprì la porta, entrammo. La luce si abbassò, ma accese delle candele, poi si avvicinò al centro della stanza tolse il velo da sopra il tronco. Comparvero ai miei occhi due figure. Stava un lupo acquattato a terra con le orecchie basse, lo sguardo impaurito, la paura addosso. La sua immagine era dominata dall'ombra di un Agnello enorme che lo sovrastava e lo puntava e ringhiava. Un ringhio d'accusa innocente per questi spazi angusti, per questi ruoli ingiusti, per questo destino immutabile. Gli occhi dell'agnello rivoltavano l'aria e colpivano il lupo a terra e la pietà era caduta nella collera più inattesa, nella sorte più beffarda. Il dominatore era dominato e la sua anima tremava, allo stesso modo degli agnelli che aveva ucciso. Guardai Alchemac. Era colpito da ciò che aveva creato. “Dove hai visto questo?” chiesi. “Me lo mostrò una carogna di un agnello, su al limite del bosco. Non è triste che i lupi uccidano gli agnelli. Non sarebbe diverso se fosse l’inverso. Ciò che è triste, è che non cambi mai e che i vincitori siano sempre gli stessi. Ciò che è triste è la mancanza di possibilità, non che uno dei due soccomba; questa è la vita.” L’ombra dell’agnello si animava al tremolio della luce delle candele, ed io vidi la lotta, sentii la rabbia e la paura, compresi il pelo ritto e le orecchie basse, capii gli spazi vuoti, i momenti attesi e la felice incoscienza. Capivo bene tutta quella danza, la piccola speranza di restare al mondo. Bravo Alchemac, il compositore di storie, capace di raccogliere gli attimi, le frazioni di tempo, i sentimenti segreti eppure manifesti. Altre volte Alchemac mi mostrò ciò che gli alberi, che abbattevamo insieme, erano diventati, ed altre volte riuscì a stupirmi, a farmi gioire o piangere in silenzio. Guardai ancora l’agnello, ancora il lupo. Guardai ancora Alchemac. Guardai i suoi occhi, cercavo i suoi pensieri di uomo semplice, di anima libera, cercavo lui e ancora me.... ...I lupi nuovamente ci attorniarono. I loro denti aguzzi biancheggiavano al chiarore della fiamma. Un attimo di pace attraversò la mia mente, ed in quegli occhi gialli, in quelle zanne al vento, vidi ancora un nuovo volto di Sael, e compresi le forze in gioco, i ruoli assegnati; quei poveri lupi affamati e nel disegno, il mio ruolo, costretto, inevitabile. Pelo Ritto saltò e fu colpito a morte, poi toccò a Muso Bianco, e Lunghe Zampe, e Maculato, e Bianche Dita. Uno dopo l’altro, cadevano, sotto ai colpi di Eterien che tagliava l’aria e la loro pelle, passava attraverso le folte pellicce e toglieva la vita e stringeva il cuore nella morsa del non ritorno, dell’addio al mondo. E nessuno si ritirava, e continuamente si attaccava, e nessuno di noi perdonava. Così fu la volta di Occhi Grigi, di Orecchie Lunghe, di Tre gambe, perché nessuno usciva al di là delle leggi, e chi non resisteva, pagava, chi non uccideva, moriva, chi non combatteva, rimaneva solo. Alcuni lupi fuggirono, altri rimasero a terra, e la terra li accolse, poiché la terra non rifiuta nessuno. Io tornai a casa, con il mio amico.... |
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