*Nei Dan* Bologna
Scuola Italiana Arti Marziali Interne
MAESTRO FLAVIO DANIELE
LA
FILOSOFIA DEL COMBATTIMENTO NEL TAIJI QUAN E NEL JEET KUNE DO
Tesi istruttori Chen
di
GIANLUCA MARTELLI
Bologna, giugno 2005
Le Arti
Marziali sono sempre state una passione per me, ed ho iniziato a “studiarle” a
circa quattordici anni, insieme a mio fratello nella cantina di casa con
l’aiuto di diversi libri che piano-piano acquistavamo di nascosto dai nostri
genitori. Nel giro di qualche anno abbiamo speso una fortuna (si fa per dire)
in libri e accessori per cercare di
capire il più possibile questo “mondo” per noi cosi’ affascinante.
Ci
allenavamo quasi ogni giorno sempre con più impegno e passione, anche se la
mancanza di un maestro si è sempre fatta sentire sia in me che in mio fratello.
Nonostante questo abbiamo continuato a studiare dai libri e soprattutto dai
manuali tecnici, dove erano spiegate tante tecniche di autodifesa e di
combattimento.
E’ inutile
dire che il nostro esempio da seguire era Bruce Lee, infatti avevamo quasi
tutti i suoi libri e tutti i suoi film. Lui è stato il nostro “maestro
immaginario” per diversi anni.
Poi siamo
arrivati a Bologna dove, dopo qualche anno di indecisioni e ripensamenti, ci
siamo iscritti in una palestra di ninjitzu. Questa esperienza è stata
decisamente negativa non so se per colpa nostra oppure del maestro sbagliato,
fatto stà che dopo circa quattro mesi abbiamo deciso di cambiare.
A questo
punto eravamo non solo indecisi sulla disciplina, ma anche preoccupati del
maestro che avremmo incontrato. Il dubbio sulla disciplina è stato risolto
abbastanza velocemente ripensando alla nostra prima passione, cioè Bruce Lee ed
al suo kung fu. Quindi ci siamo dati da fare andando a vedere diverse palestre
a Bologna, ma non abbiamo mai trovato una persona nella quale poter riporre la
nostra fiducia, fino a quando non abbiamo incontrato
Mi ricordo
bene quella sera alla palestra Farnesina quando io e mio fratello abbiamo
incontrato
Si, perché
nella mia testa io ho iniziato a studiare arti marziali semplicemente per
imparare a combattere, per essere più forte, più rispettato, se vogliamo anche
temuto, anche se sono sempre stato convinto che ci doveva essere qualcosa di
più, che discipline cosi’ antiche ed ancora cosi’ attuali dovessero nascondere
sicuramente diversi segreti. Sono contento di poter dire che non mi ero
sbagliato, e questo lo devo al mio maestro. Mi ricordo molto bene una frase che
ho letto tanti anni fa sul libro segreto di Bruce Lee: “Prima che affrontassi lo studio di quest’arte, per me un pugno era
precisamente un pugno, un calcio era precisamente un calcio. Dopo aver studiato
quest’arte, per me un pugno non è stato più un pugno, un calcio non è stato più
un calcio. Adesso che conosco quest’arte so che un pugno è precisamente un
pugno e che un calcio è precisamente un calcio.” Ecco questa frase mi aveva
colpito tanto, ma con il passare degli anni mi sono reso conto quanto l’autore
avesse ragione e quanto sia difficile capire e superare gli ostacoli che si
incontrano quando si studia “veramente” un’arte marziale. Non è un caso se il
maestro
In questi
anni di pratica ho vissuto momenti di gioia, di riflessione, di dubbi e anche
di certezze, ma soprattutto mi sono messo in discussione. Chiaramente ci sono
state occasioni nelle quali ho capito e sono migliorato, ma tante volte non
sono riuscito a capire il vero significato della pratica e dell’insegnamento
del maestro. Purtroppo ho vissuto anche momenti di “crisi”, soprattutto perché non
riuscivo a capire la vera efficacia
e potenza dell’arte marziale che
stavo studiando. A questo proposito posso dire con assoluta certezza che,
almeno per quanto mi riguarda, il provare altre discipline sicuramente più
sportive ed “esterne” mi ha fatto aprire gli occhi sulla concretezza ed
affidabilità delle arti marziali “interne” nel combattimento.
Purtroppo
non è facile farlo capire ai giovani studenti che si avvicinano alle arti
marziali con l’idea di imparare a difendersi e ad essere più forti e veloci, ma
soprattutto “pronti” per una eventuale rissa da strada. Chiariamo subito che
questa non vuole essere una critica o un giudizio negativo fine a se stesso, io
per primo ho fatto questo errore. La mia fortuna è che ho avuto la pazienza di
saper aspettare ed un maestro che ha saputo insegnarmi ed in particolare
dimostrarmi il vero valore di questa
disciplina.
In ogni
caso ho potuto constatare che nell’opinione comune il Taiji è considerato più
come una ginnastica che come un’arte marziale, più come un’insieme di movimenti
per rilassarsi che una disciplina ricca di tecniche di combattimento. Ad onor
del vero ci sono stati giorni nei quali anche io ho pensato che gli esercizi di
Nei Gong fossero poco interessanti, che il Tui Shou mancasse del carattere marziale
che io mi aspettavo da questa disciplina. Fortunatamente ho capito che mi
sbagliavo e quindi vorrei cercare di far capire a tutti coloro che leggeranno
questa piccola “tesi”, l’aspetto marziale del Taiji Quan stile Chen ed in
generale delle cosiddette arti marziali “interne” quali il Taiji, lo Xin Yi
Quan ed il Ba Gua Quan.
Per fare
questo cercherò di creare una specie di sottile linea di collegamento tra gli
insegnamenti che ho ricevuto in questi anni dal maestro
SCOPO DI
QUESTO LAVORO
Il mio
scopo è quello di rendere palese le tante similitudini che ho riscontrato, ma
soprattutto il fatto che studiando il Taiji, il Lan Shou e lo Xin Yi mi sono reso conto che molte affermazioni
abbastanza complicate o poco chiare, almeno per me, scritte da Bruce Lee nel
suo libro trovavano delle risposte negli insegnamenti e nelle parole di
Sicuramente
uno degli aspetti delle arti marziali che più affascina il mondo occidentale è
il combattimento, il sapersi difendere, il saper affrontare una rissa da
strada. Sicuramente questo aspetto ha interessato da sempre anche Bruce Lee il
quale ha affrontato con grande scrupolosità e passione l’arte di combattere. Non è un caso che l’arte fondata direttamente
dal Piccolo Drago, cioè il Jeet Kune Do, ha come scopo principale quello di
prevalere in un combattimento corpo a corpo. Il problema è come affrontare il
combattimento, come prepararsi sia
fisicamente che psicologicamente a questa realtà, considerando sempre che
l’esito può essere sia la vittoria che la sconfitta. A questo proposito ricordo
una frase secondo me molto bella tratta da un vecchio libro: “La vittoria è di uno soltanto, di chi, già
prima della lotta, non formula pensieri propri, ma si affida alla non-mente
della Grande Origine.” Ed ancora: “ Nessun
pensiero, nessuna riflessione. Vuoto perfetto. Eppure dentro qualcosa si muove
secondo leggi proprie.”
La cosa che
mi ha colpito è che queste frasi fino a pochi anni fa’ non avevano molto senso
per me, mentre adesso assumono un significato ben preciso e chiaro dovuto alla
mia esperienza ed alla bravura del maestro che ho trovato, non è un caso se
Questo non
è l’unico esempio dove si osserva un chiaro collegamento tra i due pensieri,
infatti
Ma andiamo
ancora più nel dettaglio del combattimento. Bruce Lee dice: “ Per capire il combattimento bisogna
affrontarlo in modo diretto, con semplicità e immediatezza. La comprensione
nasce dal sentimento, dalla comunicazione che si stabilisce fra i due
lottatori. Comprendiamo noi stessi attraverso il rapporto interumano. Conoscere
se stessi è studiarsi mentre si agisce con l’altro.”
Nello
stesso articolo
La cosa che
mi ha colpito è che non ho riscontrato solamente questa specie di filo
conduttore nella teoria di queste due discipline, ma anche da un punto di vista
strettamente organizzativo e schematico dei due insegnamenti si osserva una
specie di parallelismo. Per esempio quando Bruce Lee va un poco più in
profondità a proposito del combattimento, lui introduce il discorso parlando
delle qualità che un buon combattente deve avere, cioè potenza, efficacia, equilibrio, velocità etc. A questo proposito anche
Si potrebbe
andare avanti ancora a trovare similitudini e concetti comuni tra questi due
stili che inizialmente sembravano cosi distanti, ma che in realtà hanno diversi
punti in comune come abbiamo visto.
A questo
punto però vorrei ricordare che si potrebbe fare anche il lavoro contrario, cioè
andare a cercare i punti di disaccordo tra queste due Arti Marziali, e
sicuramente ne troveremmo diversi, forse tanti quanti quelli che invece le
uniscono, però noi abbiamo uno scopo che non va dimenticato:
Le Arti
Marziali sono importanti sia da un punto di vista concettuale, spirituale,
artistico sia dal punto di vista marziale e combattivo, indipendentemente che
si chiamino “interne” od “esterne”.
In questo
paragrafo voglio riportare in modo più dettagliato quelli che sono i concetti
basilari nell’arte del combattimento per quanto riguarda il Taiji e le arti
marziali interne in generale. Per fare questo ho pensato di rifarmi ad un
articolo di
Il
Taiji Quan o Boxe della Suprema Polarità, anche nel suo manifestarsi ripropone
la sua paradossalità: esternamente
semplice, internamente complessa. Per non incorrere in errori, per non
scambiare semplice per banale, bisogna capire che il taiji,
basato sulla filosofia taoista, è l'arte della Forza Intelligente. La "maestosità" del taiji non sta
nell'aspetto esteriore del gesto, che anzi non richiede nessuna particolare
abilità o prestanza fisica, ma nel fatto che ogni gesto, impregnato di volontà/intenzione, unico e
irripetibile, è un Gesto di Potere in
grado di dispiegare una volontà di combattimento simile alle sacre e antiche
danze guerriere. "Usa la mente non
la forza" raccomandano, infatti, continuamente i saggi del Taiji Quan.
In questo antico detto è racchiuso tutto il suo potere, sia come arte marziale,
sia come semplice ginnastica psicofisica. La pratica ha il solo scopo di
dischiudere il potere della mente, di dispiegare l'interazione dinamica tra
corpo e mente, di colmare il baratro tra pensiero e azione di una mente troppo
razionale, di recuperare l'agire diretto e istintivo del cuore. Un corpo forte, un pugno potente a nulla
servono se il cuore trema. Questo comporta, oltre al lavoro sulle qualità
della mente (volontà, attenzione, concentrazione etc.), lo sviluppo di quelle
che sono chiamate le “ Tre Armonie
Interne ”:
1° l’armonia tra le proprie emozioni (la mente-
cuore o Xin) e il pensiero cosciente Yi (ovviamente, cuore, non inteso solo come
organo fisico ma come quella parte impalpabile fatta di sensazioni, sentimenti
ed emozioni);
2° l’armonia tra la mente Yi e il Qi che significa la capacità di guidare
coscientemente l’energia;
3° l’armonia tra QI e Li, che vuol dire la capacità di trasformare il qi in vigore e forza interna (Jin) per muovere il corpo.
Quando mente e corpo sono allineati lo Yi (l’intenzione cosciente ) sgorga copiosa diffondendosi, similmente all’acqua di un canale d’irrigazione, in tutto il corpo impregnando gli organi interni, le ossa, i muscoli, l’articolazioni ed i tendini. Così che questi stimolati della volontà/intenzione passando sotto il controllo diretto della nostra volontà cosciente possano agire senza che ci sia sfasatura tra ciò che pensiamo di far fare al nostro corpo e ciò che effettivamente riusciamo ad ottenere.
Le arti marziali in genere ed il
Taiji Quan, in particolare, nel mondo moderno, hanno perso lo scopo “ esterno ”
come tecnica di combattimento fisico per assumere quello “ interno “ d’arte di
combattimento spirituale.
Non servono per rendere
i tuoi pugni duri come pietre, ma per fare il tuo cuore forte per aprirti con
un sorriso alla vita. E’ la “ Paura ” che molto spesso ci fa diventare duri e
violenti, che rende il nostro cuore insensibile e le nostre labbra serrate, per
combatterla, dobbiamo usare il “ Piombo ” delle nostre insicurezze per
forgiare, con l’oro del nostro amore per la vita, la Spada del Cuore.
Il Taiji non serve per
fare a calci e pugni, ma per combattere contro le proprie debolezze, è un
processo alchemico (Nei Dan) di trasmutazione interiore. Così come, un semplice
guerriero era trasformato in un nobile cavaliere, dalla spada che il suo re gli
poggiava sulla spalla, analogamente, il taiji è la spada che può trasformare un
semplice praticante in un “ Guerriero che Sorride ”. Così, come un cavaliere
non avrebbe mai usato la spada che aveva sancito il suo “ status “, per le
normali battaglie, analogamente, il taiji non deve essere usato per risse da
strada. E’ troppo complesso e raffinato per avere un utilizzo immediato e
diretto come arte di combattimento fisico, però, è ciò che può rendere il tuo
braccio fermo e il tuo cuore saldo, se tu dovessi avere veramente bisogno di
combattere."
Il simbolo del Taiji,
la sfera contenente lo Yin e lo Yang, non rappresenta solo una realtà
metaforica, ma anche una realtà sostanziale, che si esplica, oltre che sul
piano mentale, sul piano prettamente fisico-energetico. Questo vuole dire che
il corpo si comporta come una sfera d'energia e si sviluppa la consapevolezza
della forza che si esplica uniformemente nelle sei direzioni fondamentali (in
alto e in basso, avanti e indietro, a destra ed a sinistra). Il corpo si muove
come un'unità, con una maestria di movimenti armonici e perfettamente equilibrati
tra duro e morbido, veloci e lenti, pieno e vuoto.
La pratica del Taiji, come sistema di difesa del proprio
corpo e per la salute, richiede una disciplina sia interiore che esteriore che
può sviluppare l'abilità fisica ad alto livello, perché mobilitata dal qi e
diretta dalla mente. Lo sviluppo comincia con l'allenamento del corpo per far
si che diventi forte, coordinato ed efficiente. Attraverso una corretta pratica
di base per lo sviluppo della forza interna, le potenzialità fisiche del corpo,
abitualmente limitate per la maggior parte delle persone, possono essere
largamente potenziate. Questo comporta: praticare correttamente la forma, allenamento specifico di power
training (allenamento per la potenza), armonizzazione e coordinazione dell'azione
dei principali gruppi muscolari per potere esprimere la massima efficacia con
il minimo sforzo.
Ognuno
di noi é come se avesse a disposizione una turbina a gas molto potente, in
grado di sviluppare molta energia, ma non é può avviarla per mancanza di un
cerino. "Il cerino é la nostra mente", che deve essere allenata così
che la sua volontà, il suo intento possano accendere la "turbina
interna" e sviluppare energia e potere, sia per scopi marziali che
salutari. Questo tipo di potere deve essere raffinato, così che la mente possa
dirigere il corpo con facilità e senza sforzo. Emettere e far esplodere la
forza interna (Fa Jin) richiede l'uso combinato del potere del corpo e del
potere della mente.
Un
corpo che lavora in giusta tensione dinamica, significa che lavora per
"forze contrapposte". Quando una parte del corpo va in avanti l'altra
va indietro, quando una mano spinge in avanti l'altra spinge indietro, quando
una forza va verso l'avversario l'altra va giù nei piedi verso la terra. E così
di seguito, in un bilanciamento continuo e dinamico. La base é la comprensione
della funzione reciproca e del giusto rapporto gerarchico tra l'uso della
"forza centralizzata" e quella "periferica"; tra la
"parte superiore e l'inferiore" del nostro corpo, tra la "parte destra
e la sinistra", tra la "parte anteriore e la posteriore".
Bisogna avere muscoli forti e potenti nella schiena , perché si possa spingere
forte. Quando ci si muove come una sola unità, ogni movimento é originato dal
dantian e l'energia interna é in ogni movimento delle mani, delle braccia e
delle gambe. Ogni giuntura deve agire come parte di un serpente con l'energia
che si muove a spirale. Tutto questo, fa parte di uno specifico allenamento di
base (sviluppo della potenza, applicazioni, jin e autodifesa).
Centrare
la forza nel dantian é il principio chiave del Taiji, é ciò che fa differenza,
tra "un gesto marziale" ed un "gesto qualsiasi". Un
movimento guidato dal centro sarà sempre sciolto, preciso e potente; mentre al
contrario sarà impreciso e contratto se é guidato dalla forza periferica.
Questo tipo di energia é presente in ognuno di noi, solo che la maggior parte
della gente non sa come attivarla ed utilizzarla.
Ma
per potere far diventare il Taiji arte marziale bisogna fare un allenamento in
modo che il corpo si possa muovere veloce e lento, duro e morbido.
Un
buon allenamento comporta inoltre: il
lavoro in coppia del Tui Shou (mani che spingono) per imparare ad usare e
sviluppare la potenza e l'allenamento
delle singole tecniche. Bisogna sviluppare la capacità di usare la stessa
tecnica in maniera diversa e anche come si usa la stessa tecnica in situazioni
diverse. Infine l’allenamento nel Qigong. Usare le posizioni del qigong, come
lo stare in piedi, per allenare i vari tipi di forza o Jin (parare, tirare
indietro, premere, spingere, colpo di gomito, di spalla etc. etc.),
coordinandole con il respiro, i movimenti del corpo e l'emissione della forza o
Fa Jin.
Per
essere un buon combattente di Taiji bisogna sviluppare l'abilità di cambiare istantaneamente
da lento a veloce, da vuoto a pieno, da duro a morbido, da aperto a chiuso,
così da adattarsi ad ogni situazione di combattimento.
Un buon
combattente di Taiji deve essere all'inizio come un gatto (morbido, veloce,
agile), poi come un serpente (sinuoso, imprevedibile, letale), infine diventare
come l'acqua che a tutto si adatta, che é capace di cambiare il suo stato
(ghiaccio, liquido, vapore) senza perdere la sua natura.”
In questo breve lavoro ho voluto parlare un po’ della mia esperienza nel campo delle arti marziali, ed ho cercato di affrontare quello che prima di tutto è stato un mio ostacolo e dubbio, soprattutto nei primi anni di pratica, cioè l’efficacia pratica di quello che stavo studiando e praticando nel combattimento.
Ho preso questo come spunto per questa piccola tesi, considerando anche la curiosità che questo argomento suscita in coloro che si avvicinano al mondo delle arti marziali.
Spero di essere stato esauriente e chiaro, ma soprattutto spero che arrivi un messaggio più importante, almeno per quanto riguarda il mio personale rapporto con le arti marziali, cioè che quei dubbi e quelle incertezze ormai sono svanite.
Jeet Kune
Do, Il Libro Segreto di Bruce Lee, Bruce Lee
Le Tre Vie
del Tao,
I tre
poteri segreti del Taiji Quan: Corpo - Mente – Energia,
Il Potere
Segreto del Corpo nelle Arti Marziali,