Sul passaggio dalla connessione strutturale

alla connessione energetica:

il primo vero salto di qualita’.

 

Connessione

La prima parola strana che si sente dopo un po’ che si e’ intrapreso lo studio del Tai Chi Chuan e’ appunto connessione. Quella apparente contraddizione tra rilassamento e consistenza che rende Tai Chi Chuan l’arte marziale dell’acciaio nascosto nel cotone.

 

Il primo approccio

Il primo passo nello studio del tai chi chuan o meglio il primo passo che inizia a mettere qualita’ all’esecuzione della tecnica, e’ la realizzazione della “connessione strutturale” o se vogliamo, la realizzazione del “peng strutturale”.

 

Per connessione corporea strutturale si puo’ intendere: “la strutturazione geometrica dello scheletro atta a scaricare staticamente a terra in un solo punto della struttura le forze applicate nel punto dato (biomeccanicamente opposto al punto di scarica), mantenendo la struttura muscolare esterna rilassata.

 

Tale connessione puo’ essere definita qualitativamente come il primo passo verso una pratica cosciente ed effettiva del tai chi chuan in quanto permette all’allievo di sviluppare la capacita’ di “opporsi” ad una sollecitazione vettoriale lasciandosi attraversare da essa senza dovervisi opporre muscolarmente.

 

L’allievo impara cosi’ ad usare in maniera statica la propria struttura scheletrica lasciando libera e rilassata la propria struttura muscolare.

 

La connessione strutturale

Lo scheletro viene inizialmente gestito come un castello di mattoncini che si regge da solo in maniera statica. Man mano che si progredisce, si impara a trasformare tale struttura in una struttura semi mobile ma pur sempre vettorialmente vincolata alle leggi della statica.

 

La sollecitazione applicata infatti, seppur senza sforzo muscolare, continua ad attraversare la struttura per scaricarsi a terra nel punto opposto.

 

Fondamentalmente cio’ che si acquisisce e’ la capacita’ di mantenere la struttura corporea in una data posizione nello spazio sfruttando la gravita’ (che e’ un motore che non si ferma mai) ed il suo effetto sui segmenti rigidi che la compongono.

Tale effetto viene ottenuto sistemando le ossa e lasciandole poggiare l’una sull’altra per creare una struttura semimobile il cui unico impegno muscolare e’ quello  sostenuto dalla muscolatura interna impegnata coerentemente al mantenimento dell’allineamento della struttura scheletrica si da reggere la pressione applicata.

Possiamo immaginare quindi una struttura simile ad un ponte in pietra ad unica arcata costruito a secco. Non ci sono leganti tra le pietre, ed il ponte si regge in quanto le pietre sono sistemate in modo da scaricare tutto il peso sulle campate.

Nella connessione strutturale si ottiene lo stesso effetto in maniera decisamente piu’ mobile (diciamo che il ponte costruito a secco mantiene un alto grado mobilita), scaricando il peso su una sola delle due gambe a seconda delle necessita’.

 

L’aspetto biomeccanico

Punto essenziale per lo sviluppo della connessione strutturale e’ l’uso funzionale del Ming Men nella riduzione della curva lombare.

Il primo passo per realizzare un qualunque forma di connessione e’ infatti il controllo della zona lombare (allineamento) atto a creare le basi per la prima delle sei armonie: anca-spalla.

Il controllo di questa zona consente la trasmissione di tutte le sollecitazioni e gli impulsi tra la parte inferiore e superiore del corpo.

 

Un controllo che siamo inconsciamente capaci di attuare in azioni quotidiane, ad esempio quando ci appoggiamo ad un mobile che vogliamo spostare e “aggiustiamo il corpo per poterlo fare” o anche quando sistemiamo la zona lombare per giocare al calcio balilla..

In parole povere quando, in maniera naturale e senza preconcetti posturali, ci organizziamo istantaneamente per trasferire forza dai piedi alle mani.

 

La verifica di tale atteggiamento e’ per altro piuttosto semplice: ci si organizza per non avere pressione sulla zona lombare (il corpo lo fa da solo se non interveniamo), se avvertiamo che le forze applicate convergono nella zona lombare, questa non e’ allineata.

 

La scoperta della connessione strutturale da parte dell’allievo porta automaticamente alla scoperta, identificazione e soluzione dell’aspetto piu’ elementare di tutta quella serie di errori che cadono sotto la definizione generale di “doppio peso”. Si impara cioe’ a differenziare tra la gamba che regge il peso del proprio corpo e la gamba “di struttura” ovvero l’arto tramite cui le forze applicate vengono scaricate a terra.

La connessione strutturale puo’ anche essere considerata come l’espressione piu Yang della condizione di  “peng” : il primo passo nell’apprendimento in cui si impara ad opporsi ad una pressione(o meglio sostenere) in maniera attiva ma senza forza muscolare.

Limiti della connessione strutturale

 

Il limite della connessione strutturale, sebbene essa stessa sia un primo e fondamentale passo nello sviluppo dello studente, e’ insito nella sua propria natura “fisico/vettoriale”.

Il semplice organizzare la struttura corporea in modo tale da lasciarsi attraversare da una forza applicata, e scaricarla a terra in “un” dato punto definito da uno degli arti inferiori, definisce direzione e verso della forza applicata.

 

Appare cosi’ chiaro come tale connessione non interferisca o modifichi la forza applicata ma ne conservi modulo, direzione (sebbene in parte questa venga modificata per poter deviare il vettore forza verso terra) e verso.

Tale connessione si definisce pertanto “unidirezionale”.

 

Volendo semplificare e’ un po’ come la situazione che si verifica sparando con un fucile: la spalla che regge il calcio mentre si spara indica la direzione e scarica a terra il rinculo del fucile, ma non puo’ assolutamente essere mossa durante l’azione essendo essa stessa il vincolo necessario all’azione.

 

 

Un’ulteriore analisi

 

Ipotizziamo di avere un braccio proteso in avanti con il palmo verticale e che un altro palmo appoggiato al nostro eserciti su di esso una forza/pressione costante.

Il sistema vincolante dovuto alla connessione strutturale è ancora piu’ evidente considerando la forza applicata in termini di pressione, tale pressione infatti sara’ indirettamente proporzionale alla superficie a cui la forza viene applicata: nella fattispecie il palmo.

Appare chiaro come, pur reggendo senza sforzo una grande forza applicata, la pressione a cui si e’ sottoposti resta pur sempre sempre alta, creando cosi’ una situazione di stallo a meno di applicare sull’avversario una pressione maggiore di quella a cui lui ci sottopone: la sua forza per svincolarci, piu’ quella necessaria per spostarlo.

Volendo fare un riferimento ai classici, in questa condizione e’ impossibile applicare le 4 once per muovere la tonnellata, ma occorre innanzitutto applicare una tonnellata per  pareggiare la spinta (azzerarla) e poi le 4 once.

La connessione strutturale quindi consente di sostenere senza sforzo una pressione applicata in un solo punto ed in un’unica direzione, ma non di emettere energia, ne nella direzione impegnata, ne in altre direzioni.

Non vi e’ espansione sferica (la sfera tai ji) e soprattutto il punto di scarica si ritrova ad essere fulcro del sistema e pertanto vincolante.

La differenza tra un colpo di fucile ed una esplosione.

 

 

 

Sulle sei direzioni

 

La connessione strutturale, pur essendo un passo essenziale per superare l’uso della forza fisica nel Tai Chi Chuan, resta pur sempre un livello elementare da raggiungere e superare per passare ad un livello qualitativamente piu’ elevato: un livello piu’ elevato che vada oltre il concetto di unidirezionalita’ espresso dalla connessione strutturale.

Nei classici viene infatti ribadito di tenere sempre presenti le sei direzioni : alto-basso, avanti-dietro, sinistra-destra.

Cosi’ espresse, tali relazioni, possono pero’ facilmente condurre a false interpretazioni, la piu’ classica ed elementare delle quali e’ esattamente quella di considerare tali coppie di direzioni come coppie a se stanti.

 

La schematizzazione in sei direzione come menzionata nei classici e’ per l'appunto una schematizzazione (una rosa dei venti ha indicati solo i principali assi cardinali e non uno per ogni grado, minuto, secondo e cosi’ via) atta ad indicare l’esigenza di avere coscienza di tutto il proprio intorno. Un intorno sferico e non unidirezionale, un intorno che si muove all’unisono, che si espande, ruota e si contrae “senza privilegiare alcuna delle direzioni”.

 

Essenzialmente si passa da una concezione unidimensionale (avanti-dietro) e bidimensionale dello spazio (avanti-dietro piu’ alto-basso) ad una effettivamente tridimensionale.

 

Connessione spaziale sferica:

 il primo passo “strutturale” verso la tridimensionalita’

 

 

Trasformazione sferica della struttura.

 

La presa di coscienza delle sei direzioni trasforma la concezione stessa di struttura da mono/bi dimensionale a tridimensionale.

Non piu’ quindi una struttura statica, ma una sfera mobile e variabile in volume con un solo punto di appoggio al suolo. Punto di appoggio che non e’ piu’ una delle gambe ma il punto di appoggio al suolo della sfera virtuale creata per effetto della tridimensionalità della posizione.

La differenziazione tra “gamba peso” e di “struttura”, prima esasperata per impadronirsi della connessione strutturale, si riduce sempre di piu’ pur restando estremamente chiara e differenziata.

Si e’ partiti da una differenziazione 90-10 nella struttura unidirezionale allo scopo di prenderne coscienza, una volta imparato cio’ anche una minima differenza 49/51 diventa sufficiente ad un chiara e definitiva discriminazione.

Il corpo si trasforma in un’unita’  mobile bilanciata avente come fulcro il punto di appoggio della sfera stessa.

 

Qualunque movimento diventa pertanto espressione dell’espansione/contrazione/rotazione dello spazio sferico stesso.

 

Il dan tien diviene effettivo nucleo e motore di una sfera piu grande delimitata dalla portata degli arti.

 

 In seguito, tramite un piu’ evoluto uso dell’intenzione (Yi),  tale sfera di influenza si esepande oltre il limiti fisici determinati dalla portata degli arti.

 

Da ciò si evince come, per approcciare questa fase, sia essenziale essere in grado di muovere il corpo usando il tan tien, di espanderlo, di contrarlo, di ruotarlo essendo esso stesso centro e motore della struttura sferica.

Si prende in oltre definitivamente coscienza di come il dan tien debba comunque restare sferico nei suoi movimenti poiche’ diversamente cio’ si rifletterebbe in maniera estremamente amplificata nella struttura sferica “esterna” facendole di conseguenza perdere tutte le sue peculiari caratteristiche fisiche e geometriche.

Si cadrebbe nel doppio errore di collassare la posizione nella fase di contrazione dello spazio sferico e della conseguente rilinearizzazione (ritornare cioe’ alla struttura mono o bidimensionale ) nella fase di riespansione.

 

Qualita’ della sfera:

luogo geometrico di punti equidistanti dal centro (il dan tien).

 

Qualunque forza applicata su una superficie sferica si ridistribuisce su tutta la su superficie. Essendo la pressione esercitata da una forza agente inversamente proporzionale alla superficie su cui e’ applicata, tale pressione risulta molto minore di quella esercitata nel caso della connessione strutturale in cui, la pressione esercitata su di un arto superiore, si scarica dalla superficie a contatto con il suolo dell’arto inferiore opposto.

 

Volendo azzardare un calcolo esemplificativo si ricorre ad un esempio pratico:

Si viene spinti sul palmo (di superfice 8cm * 10cm = 80cmq) con una forza di 80 chili (tralasciamo il calcolo in Newton in favore di una piu immediata fruibilita’ dell’esempio).

Nella connessione strutturale (unidimensionale) si otiene che tale forza si scarica sulla superficie del palmo con una pressione pari a 80Kg/80cmq=1kg per centimetro quadrato.

Consideriamo ora una struttura sferica del corpo in cui nella posizione Kun Pu si ha un’altezza di 150cm (diametro della sfera), calcolando l’area della superficie di questa sfera virtuale si ottiene una superficie di 70650cmq da cui da cui si ricava la pressione esercitata sull’intera sfera dagli 80 kg applicati pari a 0.001132kg/cmq, ovverosia circa un grammo per centimetro quadrato contro il chilo per centimetro quadrato precedentemente calcolato:  una pressione di circa mille volte inferiore.

Nel caso della connessione strutturale pertanto, ricevendo una pressione di 1kg per ognuno degli 80 cmq del palmo si dovrà innanzitutto pareggiarli e poi aggiungervi le famose 4 once per spostare l’avversario.

Nel caso della connessione sferica invece, ricevendo una pressione di un grammo per cmq, probabilmente le 4 once riportate dai classici saranno esageratamente abbondanti per spostare l’avversario.

Ora, sebbene il calcolo effettuato sia ben lungi dal rigore fisico/matematico che richiederebbe in quanto considerare a priori il corpo con una sfericita’ totale e un’assoluta distribuzione (spalmatura) su tutta la superficie della forza applicata e’ una chiara forzatura, il rapporto finale di 1 a 1000 e’ sufficientemente grande da compensarla e soprattutto a giustificare l’esempio poiché, anche se questo fosse errato in eccesso di 100 volte, la pressione che si scaricherebbe sulla sfera virtuale resterebbe comunque 10 volte inferiore a quella scaricata su una struttura connessa in maniera unidirezionale.

Da qui il significato fisico della connessione sferica.

 

La questione energetica

 

Si e’ parlato fin qui di connessione strutturale e di connessione sferica, ma cos’e’ che trasforma la connessione sferica in connessione energetica?

Cos’e’ che permette al CHI di fluire nella connessione sferica e che invece non lo permette nella connessione strutturale?

Il punto essenziale e’ nella diversa attitudine delle giunture, delle nove perle, nei due tipi di connessione.

Nella connessione strutturale unidirezionale infatti, tutta la struttura, caratterizzata da segmenti fissi (ossa) e giunture (articolazioni), reagisce alla compressione apponendo la propria organizzazione geometrica tramite le giunture che, in questo caso, subiscono la compressione trasmettendola tramite le ossa al suolo.

Appare chiaro che in una organizzazione di questo tipo le giunture sono chiuse e compresse e  che la struttura stessa è statica ed incapace di espansione.

Abbiamo invece detto che la connessione sferica e’ in grado di espandersi e contrarsi o piu’ semplicemente di occupare spazio: volume.

Cio’ richiede una sistemazione corporea che consenta al tutto di potersi espandere nelle sei direzioni, ottenendo un’espansione che può avvenire solo ed esclusivamente tramite l’apertura delle giunture (essendo i segmenti ossei non allungabili), operando sullo spazio interno alla sfera che acquisirà la capacità di modificare il proprio volume.

Corretto atteggiamento corporeo, corretta connessione, corretto affondamento e coscienza delle sei direzioni, hanno come risultante l’apertura delle giunture ed il conseguente fluire del CHI durante l’esecuzione della forma.

Il lavoro sul qi qong e il nei gong ha come fine, in questo caso, l’apertura delle giunture per permettere e potenziare la circolazione del chi. 

Non e’ possibile una reale connessione energetica sferica a meno della realizzazione dell’apertura delle giunture e del corretto flusso del chi.

Una reale connessione sferica pertanto e’ possibile solo in quanto espressione della connessione energetica ottenuta tramite l’apertura delle giunture.

 

 

Trasformare il corpo in una sfera

 

Paradossalmente nel passaggio dalla connessione strutturale a quella energetica l’allievo si trova a dover rinunciare alle meravigliose nuove capacita’ ottenute con la connessione strutturale.

L’abilita’ sviluppata di scaricare la pressione ricevuta attraverso lo scheletro e di poi indirizzarla a terra attraverso un arto, va gradualmente modificata. Il punto di “scarica al suolo” viene spostato al punto di contatto “non fisico” determinato dalla nuova struttura sferica che si va ad assumere.

 

Percorso didattico ed esercizi proposti

 

Scopo dei tre esercizi di seguito proposti e’ quello di creare un bagaglio esperienziale a cui attingere per lo sviluppo successivo.

 

Dovendo giungere per gradi a questa sfericita’ partiamo dal riconsiderare esercizi statici come reggere la palla.

In genere in questa posizione si tende a focalizzare se stessi sulla posizione interna, sulla linearità della spina dorsale (allineamento) e sulla rotondita’ della posizione delle braccia. Pur essendo questo atteggiamento corretto resta pur sempre un atteggiamento strutturale e l’attenzione resta focalizzata sulla postura in se per se.

Una piccola modifica di tale posizione, anche solo interpretativa, cambia radicalmente l’atteggiamento corporeo.

Passiamo a trasformare la posizione da “tenere la palla” a “abbracciare l’albero”: interpretazione tra l’altro gia comune nella pratica.

Il passaggio di livello dalla struttura al volume si puo’ realizzare in questa posizione focalizzando l’intenzione (yi) nello spazio occupato dal centro dell’albero e non piu’ nella colonna vertebrale e nell’arco delle braccia. Il centro del tutto si trasferisce al centro dell’albero, al centro cioe’ di tutto lo spazio delimitato dalla posizione del corpo.

Tale differente atteggiamento ha l’effetto di correggere le anche aprendole e di ammorbidire la posizione non essendo piu’ lo scheletro stesso il cuore della postura ma l’effettivo centro della porzione di spazio delimitato dalla posizione.

Questo e’ un passaggio fondamentale nel percorso di studio in quanto consente una effettiva presa di coscienza della spazialita’.

 

 

 

 

Un passo in piu’

 

Consideriamo ora un altro esercizio che puo’ aiutarci a meglio percepire il movimento come espansione di spazio.

L’esercizio in questione e’ “il cerchio frontale” o l’esercizio”dell’onda” usato principalmente per studiare il cerchio frontale nell’apprendimento dei fondamenti del Tui Sho.

 

In posizione Kun Pu le braccia ed il corpo descrivono un grande cerchio frontale in avanti abbassandosi poi per tornare indietro alla posizione Tin Pu.

Muovendo il corpo dalla posizione avanzata a quella arretrata, le braccia descrivono un cerchio verticale andando verso l’alto quando si sposta il peso in vanti ed in basso tornando indietro.

 

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Consideriamo ora l’esercizio come se si immersi fosse in una piscina fino alle spalle e si poggiassero le mani su di un grosso pallone pieno d’aria.

 

Fase 1)

Il controllo dello spazio

Muovendo il pallone secondo il cerchio frontale e spostando il peso in avanti, si avrà cura di muoverlo “tenendolo costantemente in acqua” sotto controllo poiche’, essendo il pallone pieno d’aria, tendera’ a galleggiare sfuggendoci dalle mani.

Dovendo quindi descrivere un cerchio il piu’ ampio possibile in avanti, bisognera sempre aver cura di tenere il  pallone in acqua , assicurandosi sempre di averne il pieno controllo e schiacciandolo poi giu’, in fondo, arretrando il peso sulla gamba posteriore fino a tenere la palla con le due mani in basso tra le due gambe.

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E’ fondamentale in queste fasi lavorare con l’immaginazione creativa in modo che il cervello consideri il movimento sempre al limite del controllo: “il pallone cerca di andare a galla ma per pochissimi grammi di pressione riesco a tenerlo giu’ ed a controllarlo”.

 


Questo atteggiamento mentale e’ fondamentale per la riuscita dell’esercizio.                    

 

 

Fase2

L’espansione dello spazio genera il movimento

 

In questa fase, da eseguirsi senza soluzione di continuita’ con la precedente, il cerchio dovra’ svilupparsi verso l’alto e poi in avanti. Per eseguire questo movimento occorrera’ invece immaginare che il pallone diventi sempre piu’ “galleggiante” aumentando sempre di piu’ la sua spinta verso l’alto.

Tale spinta verso l’alto aumentera’ al punto che non si sara’ piu’ in grado di tenere il pallone giu’ sott’acqua per cui, pur tenendolo, questi iniziera’ a galleggiare salendo verso l’alto e sara’ questa spinta che modifichera’ la posizione.

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 questo modo, usando l’immaginazione creativa, s’inizia ad avere coscienza della spazialita’ del movimento modificando la struttura corporea in funzione di modificazioni qualitative dell’ambiente: “il pallone galleggia ma riesco a coprirlo e mandarlo giù, il pallone diventa troppo galleggiante e pur coprendolo mi tira su ”.

 

Sebbene non ancora una vera e propria connessione spaziale/energetica, l’esercizio descritto consente di passare dal condizionamento tipicamente unidirezionale “con la mia struttura subisco passivamente l’ambiente” all’atteggiamento “controllo una porzione di spazio (il pallone) e mi adatto alle sue variazioni qualitative (riesco/non riesco a tenerlo sott’acqua) mantenendone il controllo.  

 

 

 

 

Struttura sferica in movimento.

Il passaggio successivo consiste nel trasformare/unire l’avvenuta presa di coscienza della spazialita’(tramite la posizione statica) e la capacita’ di considerare modificazioni dello spazio come elementi strutturali (in senso volumetrico) della postura, al fine di rendere viva, interattiva ed integrata la sfericita’ di cui si ha ora coscienza.

Caratteristica della sfera rispetto ad una struttura uni/bidirezionale ( per esempio una struttura fatta di tralicci) e’ proprio quella di poter ruotare in tutte le direzioni senza perdere la propria identita’ geometrica.

Essendo noi stessi a determinare  il volume di spazio impegnato, la nostra sfera potrà quind espandersi (nell’eseguire Peng ad esempio) e contrarsi (nell’eseguire Lu ad esempio) coordinando e determinendo tali azioni con la rotazione stessa  della sfera.

 

Affrontiamo ora un possibile percorso didattico riferendoci per semplicita’ alla figura di “afferrare il passero per la coda” come eseguita nella Forma Standard 24.

 

Partiamo dal considerare la posizione delle gambe ed il movimento come generati non piu’ esclusivamente da un pieno/vuoto che si alternano (sebbene cio’ avvenga sempre) ma piu’ che altro come una modificazione (espansione -contrazione ) dello spazio sferico compreso tra le gambe. Un po’ come se avessimo un grosso pallone di gomma tra le gambe che si gonfia quando eseguiamo Peng, Ji a Ann e si sgonfia mentre eseguiamo Lu e nel passaggio intermedio tra Ji e Ann

Si inizia cioè a prendere coscienza dell’arco delle gambe in maniera spaziale.

Tale presa di coscienza ha come primo obbiettivo la realizzazione del peng a livello degli arti inferiori, che ora inizia a caratterizzarsi tridimensionalmente e non più bidimensionalmente come nel peng strutturale.

E’ la prima effettiva presa di coscienza della spazialita’ della posizione, infatti, sebbene una certa sensazione di spazialita’ si gia stata sperimentata con gli esercizi precedenti o durante l’esecuzione della forma, in questo caso la “spazialità” si trasforma in qualcosa che coinvolge direttamente la base (le gambe) ed il rapporto con il suolo aggiungendo definitivamente qualita’ al movimento ed alla posizione.

Considerando il cambiamento di qualita’ nell’esecuzione di afferrare la coda del passero osserviamo che il corpo non si muove piu’ avanti ed indietro ma si muove  come se costantemente seduto su di una sfera che si espande (ad esempio eseguendo Ji) e si contrae (ad esempio eseguendo Lu) pur restando sfera e che supporta tutto il corpo avendo come punto di “scarica “ a terra non uno degli arti ma l’unico punto virtuale di essa stessa a contatto con il suolo.

 

L’esecuzione degli esercizi “afferrare la coda del passero” e “dell’onda” sviluppano due differenti sensibilita’ e capacita: usare una porzione di spazio per muovere/adattare il corpo (il pallone nell’acqua), usare un’altra porzione di spazio per spostare in avanti ed indietro il corpo.

 

L’integrazione

 

Si iniziera’ quindi a praticare l’esercizio dell’onda inserendo oltre al pallone che galleggia anche il pallone che si gonfia tra le gambe per generare il movimento.

Il movimento finale sara’ quindi soggetto a due diverse “energie spaziali” che interagiscono coerentemente tra loro.

L’apparente complessita’ di questa esecuzione ha in realtà lo scopo di stimolare la nostra innata capacita’ di semplificazione: l’intuizione basata sulla conoscenza esperienziale che ci permette di integrare il movimento trovandone il motivo conduttore.

 

Un contadino anziano e’ in grado di zappare per ore senza sforzo (al contrario di un atleta che difficilmente durera’ piu’ di una mezzora) proprio in base alla conoscenza esperienziale ed intima di tutte le componenti del movimento, si da eseguirlo coerentemente ed in “economia”.

 

La costante pratica cosciente di questi esercizi e la successiva esecuzione unendone le modalita’, permette la presa di coscienza di altre parti del corpo che congruentemente, ma inconsciamente,  partecipano al movimento.

 

L’esecuzione ripetuta e lo studio, aumentando la conoscenza intima dell’esecuzione, rendono lo studente conscio di interazioni motorie prima impossibili da individuare.

Su tali interazioni si andra’ poi a lavorare di fino integrandole coerentemente alle nuove capacita’ acquisite per trasformare il movimento in reale variazione volumetrica.

 

 

Un esempio di integrazione è l’esecuzione di “afferrare la coda del passero” (o anche di qualunque altro movimento così come di qualunque forma di qualunque stile) come continua espansione contrazione dello spazio sferico totale,

 

Una volta sviluppata la sensibilità spaziale gli esercizi che permettono di ampliarla sono infiniti: qualunque movimento di tai chi chuan, qi gong, nei gong può infatti essere reinterpretato in tal senso.

 

Conclusione e verifica

 

Gli esercizi ed il percorso didattico proposti sono soltanto esempi e proposte di lavoro tutt’altro che esaustivi in merito all’argomento trattato ed in tale luce vanno interpretati. Diverse esperienze condurranno inevitabilmente a diversi percorsi didattici.

L’essenziale e’ comunque che tali percorsi conducano in maniera esperienziale e non meramente intellettuale al fine desiderato.

La verifica della corretta esecuzione e’ semplicemente nella diversa qualita’ della postura di chi e’ connesso in maniera energetica e sferica.

Una qualità che e’ stata meravigliosamente descritta da Yang Chen Fu in un articolo dei primi del novecento qui di seguito riportato:

 

Trascritto da Chen Wei-Ming,  pubblicato a Shanghai nel 1927 .

Seconda Edizione in Cina del 1995 pubblicata da “People’s Athletic Education”

Estratto da pag.159

Traduzione dall’Inglese nell’edizione di David Chen eseguita da Marco Morena.

 

The taste of true Taijiquan from Yang Chen-fu
By Chen Wei-Ming, Shanghai, 1927
Extraction from "The collection of Chen Wei-ming's Taijiquan writings."
Second edition published in China, 1995 by People's Athletic Education.
From page 159.

 

Yang Chen-Fu disse:

 

-“Bisogna distinguere cio’ che e’puro  da cio’ che e’ un’accozzaglia.

 

- Oggigiorno (1927) molti praticano taiji, ma quello non e’ il vero  taiji.

 

- Quello vero ha un sapore differente, facilmente distinguibile.

 

- Con il vero taiji, il tuo braccio e’ come ferro avvolto nel cotone.

 

 - Leggero eppure pesante se qualcuno cercasse di sorreggerlo.

 

- Si puo’ avvertire cio’ nella pratica delle spinte (tui sho).

 

- Toccando correttamente un avversario le braccia sono soffici e leggere 

   ma lui non puo’ liberarsi da esse.

 

- Attaccando si e’ come una pallottola che penetra pulita e affilata,

   eppure  senza l’uso di alcuna forza.

 

- Quando l’avversario e’ spinto (correttamente) 3 metri indietro, egli

   percepisce un piccolo movimento ma ne forza e ne dolore.

 

- Toccandolo (se tu correttamente tocchi l’avversario), non lo afferri.

 

- Aderisci invece a lui , leggero, cosicche’ non puo scappare.

 

- Presto le sue braccia diventano cosi’ affaticate che non riuscira’ a 

   tenerle su.

 

-  Questo e’ il vero taiji.

 

- Se usi forza lo puoi muovere (l’avversario). Ma non sara’ un’azione 

   pulita ed affilata (rifinita).

 

- Se cerca di usare la forza per tenerti o controllarti sara’ come se 

    cercasse di afferrare il vento o un’ombra.

 

- Ovunque  e’ VUOTO.

 

- Puo’ essere paragonato a camminare su zucche che galleggiano

   sull’acqua.

 

- Non si riesce a capire dov’ e’ l’appoggio

 

- Diciamo semplicemente che il vero taiji e’ meraviglioso.

 

M. Morena