Per la costruzione di modelli didattici:

presupposti specifici e disciplinari

 

 

 

 

 

 

 

 

Riferimento: Mauro Vaia

Indice

 

 

 

 

 

q       Prefazione e orientamento alla lettura                                     p. 4

q       Introduzione e definizione del problema                      p. 5

o       Considerazioni su modalità e modelli                           p. 5

o       Considerazioni sul metodo d’indagine                         p. 9

q       Costruire ordini                                                                  p. 14

q       Costruire un ordine                                                           p. 18

q       Bibliografia                                                                         p. 34

Prefazione e orientamento alla lettura

 

Queste pagine sono organizzate secondo una struttura ternaria: vi è una prima fase introduttiva, che si occupa della presentazione del contesto di appartenenza, delle motivazioni e delle necessità che hanno portato alla stesura della seconda e soprattutto della terza parte dello scritto; una seconda sezione è dedicata alla discussione del tema secondo le logiche riflessive che lo contraddistinguono; una terza parte si occupa direttamente dell’argomento da un punto di vista pratico: essa riguarda la definizione di un ordine nell’organizzazione dei materiali didattici che provengono dall’insegnamento di M° Xu e M° Daniele. Come vedremo nell’introduzione, queste pagine possono essere lette secondo due differenti strategie: una più concreta, operativa ed una più generale. A chi interessa prevalentemente la prima, cioè vuole accedere direttamente alle azioni di ordinamento compiute sui materiali, può leggere direttamente la terza parte e trascurare completamente la prima e la seconda: avrà delle risposte abbastanza precise e circoscritte sull’argomento. Chi invece ritiene essenziale una estensione dell’argomento alla discussione interna e critica delle logiche che sorreggono le operazioni compiute nella terza parte per poterne trarre vantaggi per le proprie azioni di ordinamento, a questi è dedicata la seconda parte, che definisce il definiente e i suoi criteri piuttosto che non il definito. Chi è interessato alla cornice legga piuttosto la prima sezione, introduttiva, che si preoccupa delle domande prima che delle risposte, e definisce la cornice all’interno della quale la seconda e la terza parte assumono un senso proprio.

 

 

Introduzione e definizione del problema

 

Considerazioni su modalità e modelli

Nelle pagine che seguono tenterò di sottoporre al lettore un problema squisitamente didattico, più precisamente di organizzazione/progettazione didattica. Il tema trova naturale destinazione in tutti coloro che insegnano o intendono insegnare Tai Ji Quan, con particolare riferimento a coloro che seguono l’insegnamento di Nei Dan nella figura del maestro Flavio Daniele e dei maestri Guo Ming Xu e Wang Hao Da: il contesto di riferimento sarà infatti il materiale emerso dalle lezioni dei corsi e dei campus stagionali svolti per la scuola. Il problema di natura didattica suona pressappoco così: come è possibile orientare i materiali per organizzare un piano didattico produttivo in termini di esperienza e pratica di una disciplina così distante dalla nostra cultura e sensibilità, individuando delle logiche ordinative nelle routines e pratiche di allenamento ed esperienza?

Credo che quella condotta in questa sede sia una delle riflessioni dovute alla quale si devono sottoporre tutti coloro che impartiscono un insegnamento di Tai Ji Quan e più in generale di ogni disciplina che imponga un’organizzazione dei materiali propri: l’argomento può dunque essere seguito su due piani di astrazione differenti.

q       Le pagine che seguono possono aiutare ad orientare il lettore sull’organizzazione e l’utilizzo dei materiali didattici. In questo caso è necessario conoscere bene il contesto e gli esercizi a cui mi riferisco direttamente. È bene comprendere, come verrà chiarito meglio in seguito, che le indicazioni riportate non sono le uniche lettura possibili, e hanno quindi un valore prevalentemente euristico, il che ci porta subito al piano di lettura successivo.

q       Interpretato su di un piano più astratto, il tema svolto orienta chi è destinato a trasmettere l’insegnamento sulle azioni e sulle riflessioni da compiere per costruire un qualunque piano didattico utilizzando qualsivoglia materiale disciplinare[1]. Si può allora opportunamente commentare che questo piano d’astrazione non è che la generalizzazione di quello concreto che lo precede e dunque lo include. Così, da un orientamento rispetto al prodotto finale, l’attenzione si sposta sul processo contestuale, mantenendo dunque anche sul piano di astrazione lo stesso valore euristico presente sul piano concreto, più strettamente organizzativo dei materiali.

Se nella precedente tesina ho affrontato dunque i presupposti generali del problema didattico, cioè le condizioni all’interno delle quali si può sviluppare apprendimento, e ne ho dedotto un modello che riguardava ciò che deve necessariamente reggere l’insegnamento, qui di seguito intendo sviluppare i presupposti che sottendono la costruzione di un modello di organizzazione delle pratiche secondo le possibili logiche di sviluppo di sensi didattici e di apprendimento. Si fronteggiano quindi da un lato un modello disciplinare e dall’altro il modello delle possibili traduzioni/declinazioni del modello stesso. Sarà all’interno di questo spazio che a nostra volta ne costruiremo uno nostro, con l’augurio che quello presentato sia solo d’esempio per lo sviluppo di ulteriori possibilità che ognuno adatterà alle proprie esigenze. In questo senso fanno tesoro alcuni assunti che ho già preso in considerazione in precedenza, ed in particolare:

q       Le condizioni di insegnamento devono assolvere al compito di determinare un ambiente modificante; devono cioè creare una dimensione di continui e infiniti slittamenti su tutte le dimensioni, producendo cambiamenti, adattamenti e assimilazioni continui della dimensione di pratica e riflessione della disciplina[2].

q       La pratica non può esimersi dall’azione di traduzione e ri-definizione dei modelli epistemologici, linguistici e comunicativi per ridurre la distanza fra modelli temporalmente e spazialmente distanti.

Date queste due condizioni necessarie[3], ne consegue che l’orientamento delle modalità di costruzione di significati assumerà una fisionomia caratteristica circa le modalità e la natura delle azioni e delle riflessioni da compiere. D’altra parte i modi con cui si intende risolvere questa sfida non sono indifferenti; essi possono essere raggruppati essenzialmente in due:

q       modalità deterministica: si riferisce ad un modello tendenzialmente costruttivistico che si basa su di un principio epistemologico molto preciso, a cui manca però il problema dell’altro e dell’oltre. Risponde sostanzialmente alla domanda: qual è il modello didattico? Quali requisiti deve soddisfare? Cosa deve contenere? Cosa sta dentro e cosa sta fuori? Quali opportunità vanno evitate?

q       Modalità riflessiva: è un modello mobile e flessibile, debole, che affronta le possibilità offerte dal sistema con fare prudente e critico, ma anche più realistico, prendendo in considerazione anche i parametri mobili, la definizione di obiettivi specifici, le caratteristiche dei contesti, gli inevitabili slittamenti. Considera dunque le possibilità come occasioni di sviluppo secondo uno schema lasco ma adattabile. Risponde alla domanda: quali adattamenti sono possibili per lo sviluppo della disciplina? Quali opportunità e quali vincoli le corrispondono? Quali dimensioni si possono sviluppare? Dove e come posso spostare il sistema perché divenga utile a questo o quello spazio di discorso/di lavoro? La mia è una traduzione? Quali altre traduzioni/possibilità sfuggono al presente? Quali opportunità vanno ri-scoperte?

In queste pagine allora tenterò di ricostruire un ordine fra tutti gli stimoli ricevuti in questi ultimi anni da M° Xu e M° Daniele. Un ordine che, per me, in questo contesto, ha un carattere privilegiato di riflessione, ma non è certamente l’unico che sia possibile organizzare, e sarà soggetto a ulteriori aggiustamenti e riflessioni da parte di altri, così come sorgono dall’urgenza delle differenti situazioni di pratica[4]. Se, infatti, da quando ho deciso di seguire il percorso indicato da questi maestri si sono venute chiarificando le linee guida che conducono il lavoro e l’esperienza della pratica sempre più in profondità, d’altro canto la molteplicità degli stimoli hanno posto in essere la necessità di una ricostruzione del percorso seguito, in merito all’idea di rendere tutto ciò esperienza praticabile e proponibile ad altri. Tale urgenza è determinata evidentemente dal ruolo, nuovo, assunto: le qualità professionali del docente richiedono un impegno sul controllo e sulla crescita dell’esperienza e dell’apprendimento degli allievi e di conseguenza due ordini di chiarezza: sull’ambiente/situazione di riferimento, e sul processo di acquisizione.

 

Considerazioni sul metodo d’indagine

In questi ultimi anni si sono dunque venute determinando due condizioni nuove: le premesse ad una nuova e più feconda pratica del Tai Ji Quan,  e l’apertura ad orizzonti più dettagliati per quanto, paradossalmente, più distanti, dentro la tradizione, lontani nel tempo e nello spazio eppure più chiari ai nostri occhi, perché osservati con strumenti d’indagine sofisticati e appropriati. Come un potente telescopio avvicina alla nostra esperienza e alla nostra comprensione situazioni tanto distanti da noi come possono esserlo le galassie del firmamento, allo stesso modo si è svolta la missio e si è orientata la preoccupazione di M° Daniele, la sua ricerca del metodo.

Durante le lezioni di M° Xu, quando gli stessi esercizi comparivano in gruppi distinti che il maestro nominava differentemente, sorse naturale una curiosità sulle modalità di selezione e attribuzione degli esercizi stessi, che non corrispondevano ad un disegno evidente ai miei occhi, e, allo stesso tempo, un campanellino sollecitò la mia riflessione. Se vi era un criterio, questo ora mi sfuggiva, ma era necessario comprenderlo per dare senso alla logica sottesa che univa tutti gli insiemi di esercizi, che proponeva a prima vista un dilemma di attribuzione. Per esempio uno stesso identico esercizio era inserito nel Qi Gong e poi compariva nella sequenza detta Aprire/Chiudere, oppure ancora nel Chan Ssu Chin. Che senso aveva allora quel dato esercizio? Ero, in quell’occorrenza, disorientato. Mi ci volle un po’ per dirimere la sorpresa. Quali logiche ordinative sottendevano la classificazione degli esercizi? Sembrava quasi che esistessero insiemi di esercizi parzialmente sovrapposti dove comparivano esercizi uguali, o almeno analoghi. Ma erano, questi esercizi, uguali o analoghi? E in quale senso, se così fosse stato? Un accenno di chiarezza  cominciò a balenarmi quando riscrissi nella mia mente la domanda in modo più appropriato: mi dissi allora “ma è in effetti lo stesso esercizio quello che sto praticando in differenti sequenze?” Forse qui cominciò un percorso che permise di pervenire ad una qualche trasparenza. Mi mancava tuttavia una scrittura di tutto ciò, un’occasione per disegnare una mappa che risultasse utile a muovermi non in modo stereotipato o a casaccio, ma consapevolmente e soprattutto mirando ad obiettivi più precisi. La questione poteva allora riformularsi correttamente in modo tale da contenere già da sé la risposta: “se due esercizi sembrano uguali all’esterno, la differenza consiste proprio nel fatto che siano eseguiti differentemente da dentro, all’interno”? “non sarà forse che si riferiscono a una differente attenzione al principio che sottende il lavoro interno in ciascuno di essi”? Questa, che può apparire una considerazione per certi aspetti ovvia, comporta tuttavia una conseguenza importante: implica infatti che l’attenzione, e dunque la classificazione degli esercizi non corrisponda più alla forma visibile di questi, ma al lavoro interno, alla dimensione nascosta, al principio di attivazione nel quale ci troviamo ad operare. Quindi i criteri di classificazione e di pratica sono differenti dall’ovvio, andranno così ricercati altrove; deriva infatti da queste considerazioni una conseguenza importante, che portata agli estremi suona più o meno così: un insieme di esercizi, una volta che si sia definita chiaramente la sua classificazione secondo un parametro/principio interno che ne orienti il lavoro, potrebbe contenere, entro certi limiti, qualsivoglia esercizio, senza penalizzare la bontà dell’insieme di pratica. Se muta così radicalmente il criterio di selezione, tanto da spostare l’attenzione dall’oggetto –l’esercizio- alla funzione interna –la modalità di esecuzione in relazione ad un principio, nello stesso modo muta la necessità di individuazione e osservazione degli esercizi: la loro esecuzione si orienta su di un piano che trascende la manifestazione esteriore e richiede una capacità di osservazione che diremmo dietro le righe.  Anche i criteri secondo i quali giudichiamo scientifico un  processo di descrizione di un fenomeno deve tener conto delle considerazioni appena compiute: la precisione (precisabilità) e l’operazionabilità del metodo vanno integrate, secondo il mio parere, allo sfondo e alle implicazioni della visione dell’esperienza che scaturiscono da questa intensa “storia di pratica” della complessità umana, del soggetto uomo che si sporca le mani con la sua storia e con lo sforzo di operare sulla propria esistenza.

L’esperienza dei materiali raccolti si sono distinti lungo due assi diversi: gli stages contribuivano ad aprire orizzonti, a seminare mezzi, a spalancare porte/baratri; in definitiva, a complicare la già precaria vita di noi poveri praticanti in formazione. Le lezioni a Bologna, diversamente, si indirizzavano a fornire strutture, ad organizzare le esperienze, a fornire letture a partire dal basso, dal lavoro più concreto e dall’esperienza più praticabile. Due modalità distinte, ma entrambe necessarie: credo che il lavoro raccolto in questi ultimi anni sia veramente pionieristico e vada in qualche modo sedimentato, poiché ci si è riversata addosso una tale quantità di materiali, così ricca ed inaspettata, da travolgere le più rosee aspettative che ognuno di noi potesse avere. Questa piena travolgente va in qualche modo organizzata e se l’impegno di M° Daniele è consistito innanzitutto nella ricerca, nella traduzione, nello sviluppo dei paradigmi[5] nell’apertura ad un metodo, in un certo senso sta a noi trovarvi i nessi, un ordine, di recepire i nomi, di costruire percorsi che siano praticabili anche all’interno del nostro insegnamento.

Questo è l’intento delle prossime pagine: fornire alcune riflessioni e alcuni elementi che permettano a ciascuno di ricostruire il proprio ordine. In questo senso è necessaria una precisazione. Un modello è un buon modello nei termini in cui garantisce flessibilità e adattabilità alla complessità del reale. Le tracce che verranno segnate non saranno di conseguenza rigidi steccati eretti allo scopo di stabilire normative e prescrizioni. Saranno piuttosto elementi critici di riflessione che permettano di dialogare con la costituzione di universi di riferimento fondati, consapevoli e soprattutto utili ed efficaci alla crescita di sé e dei gruppi di lavoro con i quali ciascuno interagisce. Questa è una filosofia di lavoro generale, una sorta di atteggiamento costitutivo che deve permeare lo sviluppo del sapere e dell’esperienza di ciascuno. Da queste basi si svolge il lavoro che segue.

È bene ricordare che la traccia appena indicata e la discussione dei criteri che seguirà sono necessarie al lavoro descritto per un motivo evidente: ognuno può leggere le pagine seguenti all’interno di una lente che già possiede e darne dunque un’interpretazione tautologica, tipico paradosso del comportamento umano, e vedere in esso ciò che già possiede o sa. Questo processo di identificazione non è produttivo e in realtà qui non è possibile perché ciò che seguirà nel momento stesso in cui scrivo non esiste ancora e dunque non può essere ancora posseduto da alcuno. Allo stesso modo chi legge queste righe può lasciarsi irretire dalle proprie illusioni o, al contrario, lasciarsi introdurre nel non-noto. Questo permette di prendere in considerazione una risorsa: Nei Dan indica proprio il cambiamento come trasformazione e raffinazione di sostanze grossolane in sostanze pregiate. Tale evoluzione prevede però la necessità di abbandonare il noto e, attraverso il “metodo”, approdare a territori non controllati, né previsti, né conosciuti. A questo punto il seguito è demandato al buon senso di chi interroga se stesso, e del percorso che si troverà, suo malgrado, a percorrere.

 


Costruire ordini

Il tentativo di costruire, o ricostruire un ordine si definisce intorno a tre orizzonti del problema:

q       uno relativo agli obiettivi,

q       un secondo relativo al modello,

q       ed un terzo che riguarda le operazioni che devono essere compiute.

Nella presente sezione, essendo questi tre aspetti essenziali all’orientamento e alla comprensione della stesura di quanto seguirà, li discuteremo brevemente tutti e tre. Questa azione permetterà di utilizzare la terza parte come esempio di un lavoro di ordinamento che ognuno può compiere da sé sui propri materiali. Come già esposto in un precedente intervento sugli obiettivi che concernono la didattica delle discipline interne, la fenomenologia degli eventi e delle prospettive che si riferiscono a quel particolare settore dell’esperienza, si può sostenere che il tema degli obiettivi inerisce/si riferisce ad una fenomenologia all’interno di un modello definito/definientesi. Le specifiche caratteristiche di questa particolare fenomenologia devono essere rintracciate nelle operazioni di selezione che essa comporta: in questo senso lo stesso orizzonte è definito dalla composizione delle porzioni emergenti da questa operazione di selezione compiuta. Esiste dunque una sorta di processo ricorsivo fra il modello e gli obiettivi, poiché se da un lato questi si stabiliscono all’interno di un possibile da un punto di vista cognitivo, e di un praticabile da un punto di vista dell’esperienza, emergono da uno sfondo articolato, pre-esistente, in qualche modo già dato; pur tuttavia le operazioni di selezione che gli obiettivi compiono contribuiscono a ri-determinare e ri-plasmare lo sfondo stesso sul quale si inseriscono.

Il modello all’interno del quale ci muoviamo può essere definito come il quadro, l’insieme dei paradigmi dentro il quale ci troviamo nostro malgrado ad operare, e che tendiamo a rifondare grazie all’opera di selezione degli obiettivi che intendiamo perseguire con esso. È lo sfondo mobile ma al contempo stabile grazie al concorso di operazioni complesse di controllo che l’opera di inscrizione degli obiettivi e delle routines di pratica comporta. Inscrizione è l’idea/operazione che rinvia e individua la nozione di modello. Ad esso sono inscritti, come abbiamo già visto, gli attori e le pratiche, le missio, gli obiettivi, le dimensioni e le esperienze che ad esso si riferiscono ma che concorrono anche a ri-plasmarlo donandone nuovi contorni. Inscrizione dà l’idea di coesione e rinvio reciproco degli elementi coinvolti e individuati, e determina di conseguenza, tramite la selezione di altre operazioni, tutto ciò che concerne ad esso ma non vi appartiene, e tutto ciò che ne è infine incluso.

Per portare un esempio, al modello delle arti marziali interne un gambo di sedano è un elemento che, a meno di selezionare uno o più obiettivi ad hoc, non concerne per nulla; al contrario, l’idea di salute ne è invece a buon ragione inclusa, mentre l’idea di sanità inerisce ad esso ma non lo riguarda nello specifico. Siamo così approdati, indirettamente, al tema delle operazioni. Esse sono di diverse specie. Fra le altre, due sono le categorie che ci riguardano più da vicino. L’una rinvia a quelle operazioni che “legano” fra di loro le categorie già prese in esame: gli obiettivi, i modelli e l’idea stessa di operazione; potrebbero essere definite come operazioni di connessione e si riferiscono all’idea di collegare fra loro parti costituenti differenti fra loro. Di esse ne abbiamo analizzato alcune: selezione, inclusione, esclusione, inerenza. Sono quelle che ci hanno guidato la stesura della prima tesina.

Altre operazioni, invece, si riferiscono direttamente all’idea di ordine e riguardano gli atti interni che vengono messi in opera per porre costituzione ad un ordine. Queste operazioni sono quelle che ci riguardano più da vicino nelle pagine che seguono.

A questo punto può non essere chiara la necessità di una così lunga fase di discussione per preparare il lavoro di ordinamento compiuto nella terza parte. Le lunghe introduzioni servono nelle fasi di ripensamento. Quando i contorni dell’essere, del fare, del reale necessitano di una profonda ristrutturazione, allora per compiere un atto costitutivo, che abbia efficacia ed incisività bisogna partire proprio da lì, dall’idea stessa dell’essere, del fare, del reale. Altrimenti si casca nella tautologia, si ri-casca nell’illusione e non si promuove invece evoluzione, cambiamento. Questo è precisamente ciò che è accaduto, in questa fase storicamente privilegiata delle arti interne in occidente, con la pratica del Tai Ji Quan secondo gli insegnamenti della tradizione recente e fino ad oggi relegata ad un gruppo di fortunati. Allora il cambiamento implica una riflessione proprio sull’idea di cambiamento e questo è possibile attraverso una nuova lettura dei paradigmi che ne permettono il passaggio. Per determinare il punto di svolta[6].

Le operazioni interne all’idea di ordine sono gli atti costitutivi che determinano tale ordine, cioè quell’assetto o stato che noi riconosciamo come tale. La costituzione di un nuovo ordine implica o che si usino operazioni consuete in modalità o combinazioni differenti, oppure che se ne inventarino di nuove e differenti da quelle già usate. Vedremo che il problema dell’uso di tali operazioni entrerà direttamente in gioco quando affronteremo il nodo focale del lavoro.

A questo punto risulta chiara l’importanza di queste operazioni: a seconda del loro utilizzo risulterà vincolante il prodotto da esse generato. In altre parole, la topologia che andremo determinando si strutturerà intorno ad un assetto operativo specifico e le operazioni comprese a costituirlo assumeranno il ruolo di variabili dipendenti, così come esisterà una diretta ricorsività fra modello, obiettivi e operazioni esterne ed interne alla ri-costruzione dell’ordine indagato.


 

Costruire un ordine

 

In questi anni il lavoro con M° Xu e M° Daniele ha proposto un ampio corpo di materiali, alcuni già noti, altri meno e diversi fra loro. Di fronte alla quantità degli esercizi e alla loro diversità non si può, in un primo istante, che rimanere disorientati. La prima preoccupazione che emerge consiste dunque nell’individuare e classificare le routine di allenamento apprese secondo un qualche criterio che ne permetta l’estensione alla stesura di un piano didattico. Per routine intendo un gruppo di esercizi omogenei fra loro per modalità di esecuzione e finalità di prodotto. Tali gruppi di esercizi, così come presentati nei seminari da M° Xu, possono essere elencati a casaccio.

q       Tan Tien training: esercizi per lo sviluppo del Tan Tien.

q       Zhong Ding training:  esercizi per lo sviluppo del centro, dello Zhong Ding.

q       Qi back training: esercizi per condurre l’energia lungo la schiena.

q       Chan Ssu Chin: esercizi per lo sviluppo della forza a spirale.

q       Power stretching: esercizi per lo sviluppo della forza elastica.

q       Qi Gong: esercizi per lo sviluppo dell’energia.

q       Jing training: esercizi per lo sviluppo del Jing, della forza elastica.

q       Roots training: esercizi per lo sviluppo del radicamento.

q       Open/close training: esercizi per imparare ad aprire e chiudere le articolazioni.

q       Tecniche per la longevità: esercizi destinati ad assicurare una buona salute.

Ognuno di essi, a sua volta, può contenere gruppi di esercizi oppure essere suddiviso in altre sottoroutine. Ma quale ordine dare a tutti questi materiali? Come classificarli in modo tale da costituire una mappa operativa che ne permetta la strutturazione per conseguire fini didattici consapevoli? Nel tentativo di dare un ordine, si è presentato il problema di rintracciare un modello coerente entro la cui cornice inscrivere ogni gruppo di esercizi. Tale lavoro di definizione deve rintracciare dei parametri che in qualche modo organizzino i training come insiemi lungo degli assi e mettano in relazione fra di loro le routine stesse.

Questi parametri sintetici e orientativi possono essere rappresentati utilmente come assi cartesiani di uno spazio topologico che permetta di individuare  e mettere in relazione i singoli insiemi. La scelta di questi assi non è naturalmente ininfluente rispetto agli esiti che verranno conseguiti: essa deve garantire da un lato coerenza con il modello di riferimento, in questo caso il quadro generale del Tai Ji Quan; dall’altro un margine di pronunciata operazionalità, che permetta un’organizzazione funzionale dei materiali. Prima di delineare allora gli assi di riferimento sarà bene precisare che il modello della disciplina non corrisponde all’idea più comune che compare usualmente nei libri, che risulta poco sfruttabile proprio nella pratica viva. È invece confacente al modello delineato nelle mappe descrittive di M° Daniele, rintracciabili  in tutti i suoi scritti e in particolare nei suoi due libri[7], e negli insegnamenti diretti di M° Xu.

Un asse/parametro utile poiché da un lato è strettamente legato al modello generale del Tai Ji Quan, e dall’altro ha forti valenze operative, corrisponde certamente all’idea di principio: con questo intendiamo la finalità generale che, all’interno di quel dato modello, orienta la pratica di quel dato corpo di esercizi[8]. Questo concetto infatti ha un posto privilegiato nel Tai Ji Quan sia in quanto riguarda il modello di riferimento, sia perché concerne il prodotto e gli obiettivi che ci prefiggiamo di raggiungere. Partiamo quindi dalla discussione delle forme di organizzazione delle routine più semplici in diagrammi di flusso bidimensionali orientati direzionalmente secondo un parametro distintivo che ne gerarchizza l’ordine.

La prima e più immediata/evidente classificazione per principio, e la più utile, può essere organizzata intorno alla nozione di sviluppo della forza, così come presentata da M° Daniele nella serie di video di recente produzione: esercizi per lo sviluppo della forza elastica[9], o power stretching,[10] esercizi per lo sviluppo della forza a spirale, Chan Ssu Chin,[11] esercizi per lo sviluppo della forza esplosiva, detti Fa Jing.[12] L’organizzazione logica delle sequenze procede secondo quest’ordine in virtù di ragioni pratiche ed evolutive: la forza elastica è la più semplice da sperimentare, perché si fonda sul principio di due forze lineari che si muovono in contrapposizione, per vettori opposti. La seconda forza, CsC,[13] si muove secondo lo stesso principio ma aggiunge una componente tridimensionale rotatoria: la forza si avvolge lungo una spirale attorno ai percorsi di forza[14]. Si presenta dunque come logica evoluzione, per complessità di composizione delle forze, della precedente. La terza, FJ, si distingue dalle altre due non solo per la composizione, ma anche per l’utilizzo: mentre la prima prevede l’atto primario di generare la forza, la seconda si propone di trasferirla, quest’ultima si riferisce alla sua veicolazione e alla sua emissione secondo modalità particolari, attraverso un moto sussultorio. Prevede quindi che le fasi di generazione e conduzione, cui sono deputate le altre due sequenze, la precedano.

Questa distribuzione logica dell’ordinamento delle routine ha alla sua base alcune assunzioni implicite essenziali. Innanzitutto, riferendosi alla generazione, produzione, emissione della forza, esso sembra riferirsi ad uno in particolare degli aspetti del Tai Ji Quan, quello marziale, e sembra relegare in secondo piano quello relativo alla salute. Del resto, M° Xu suggerisce spesso che l’unica differenza che distingue Tai Ji Quan e Qi Gong consiste proprio nel fatto che l’uno genera energia/forza/potenza per l’arte marziale, mentre l’altro per sé e per la propria salute. Naturalmente i confini di queste differenze sono sfumati, e proprio in questi sottili dettagli possiamo cogliere la complessità dell’Arte Interna Energetica.

Proviamo ad approfondire i significati che si riferiscono alla forza elastica: mentre per le altre due forze il nome cinese affiancato si riferisce proprio alla forza, Jing, per quella elastica si è tradotto, impropriamente, il termine inglese power stretching, che non contiene direttamente l’indicazione di forza, contenuto invece nella denominazione cinese Jing training. Inoltre, abbiamo già affermato che questi esercizi si sviluppano lungo assi lineari, mentre, se ci addentriamo nell’insegnamento concreto, ci accorgiamo che si articolano quasi sempre anche intorno ad una rotazione[15]. Quest’ambiguità nella pratica della forza elastica ci porta ad ipotizzare che le due sequenze, in parte coincidenti, indichino al loro interno anche delle diversità che le distinguano. Poniamo allora che PWe la sequenza FE siano insiemi complementari e in parte sovrapposti, ma non si identifichino l’una nell’altra in tutto e per tutto. Infatti, gli esercizi della FE si sviluppano intorno ai poteri fondamentali della struttura, PW lavora anche più localmente sulle singole zone, poiché la sua finalità è innanzitutto quella di “sgrezzare” la sostanza, rompere il ghiaccio, come direbbe  M° Daniele, mentre gli FE si pongono già un obiettivo superiore, che è quello di generare forza, includendo così virtualmente ed implicitamente il primo. Sintetizzando le differenze possiamo allora affermare che la diversità fra  le due routine risieda nel fatto che PW può riferirsi alla salute, mentre FE mira direttamente all’Arte Marziale, includendo indirettamente la prima finalità[16].

 


Jing/forza

 
Cominciamo a rappresentare il modello lungo un  asse che orienti il principio specifico di generazione della forza:

FE
 
CsC
 
FJ
 
                                                                                                          

 

Possiamo ora aggiungere la sequenza PW scorporandola da FE e distinguendola sullo stesso asse. Ma dove andrà inserita? È corretto e soprattutto bene individuata dietro FE?

Jing/forza

 
PW
 
CsC
 
FJ
 
FE
 
                                     

 

Attraverso questa rappresentazione progressiva non chiariamo la distinzione tra PW e FE. Se però introduciamo una distinzione per finalità cui è indirizzata la pratica, possiamo separare gli indirizzi corrispondenti fra arte marziale e salute. Il modello andrebbe allora rappresentato così:

                           

Salute/Arte Marziale

 
FE
 

CsC

 
FJ
 

 

 


PW
 
                  

                                                                                                      

Jing/forza

 
 

 


Si individua meglio una complementarietà delle due sequenze, la loro non-coincidenza, una differenza di obiettivi, e di conseguenza una deviazione degli attributi.

Finalità

 
L’asse Jing corrisponde alla distinzione in ordine allo stesso principio, mentre l’altro asse corrisponde ad una distinzione in ordine ad una finalità generale verso la quale è indirizzata la pratica. Quindi:

                  

Principio

 
                  

                                              

Un simile criterio può essere utile anche per rappresentare una analoga distinzione all’interno delle sequenze di Qi Gong, che M° Xu suddivide/distingue in Qi Gong marziale e Qi Gong per la salute. Utilizzando l’asse delle finalità potremmo individuare:

Finalità

 
 


                     

QiGM
 
QiGS
 
 

 

 

 


Sappiamo però che gli esercizi di Qi Gong non mirano allo sviluppo della forza Jing ma si pongono su di un piano più sofisticato per la generazione dell’energia Qi, così come indicato nel nome stesso. Essi non possono giacere sull’asse Jing. Quest’asse indica una distinzione per così dire interna nello sviluppo di uno stesso livello di principio. È allora necessario introdurre un asse che indichi differenze qualitative fra livelli dei principi. Il terzo asse assume questa forma, e assolve una funzione simile a quella di un selettore di marce per l’automobile. Lo spazio si trasforma in un modello tridimensionale:

Principio (raffinazione/energia)

 

 
                  

Finalità

 
 

 

 


                                                                            

Principio (tipologia/forza-Jing)

 
 

 

 


Anche fra i livelli di principio che riguarda la raffinazione delle sostanze in energia esiste un ordinamento per gerarchie dal più grossolano al più sofisticato: