NEI DAN
CORSO TRIENNALE PER LA
QUALIFICA DI ISTRUTTORE DI TAIJI DI STILE YANG
RELAZIONE:
Intenzione e
rappresentazione nel Taiji
2000/2001 Andrea Ruscalla
Intenzione e
rappresentazione nel Taiji
"La realtà è quella che ci costruiamo"
dicevano già i saggi antichi e ancor oggi molti sono di quest'opinione. Ci
costruiamo. Questo "ci" ha indubbiamente a che fare con l'intenzione, che racchiude in sé le altre funzioni
della volontà, attenzione, concentrazione, coscienza e consapevolezza. Queste
ultime funzioni sono tutte racchiuse, o meglio, compongono l'intenzione. Ma
dove ha la fonte l'intenzione? Nelle teorie? Nelle credenze?. Tutto quanto
concerne l'uomo, il suo agire, il suo muoversi in vista di una meta che
solitamente è il proprio benessere, il proprio star bene, potrebbe ritrovarsi
nelle sue intenzioni, che a volte, però, non sono sufficienti a toglierlo dai
pasticci. Tutte le terapie, psicologiche e non, esercitate ritualisticamente o
in modo estemporaneo, fondano il proprio successo sulle credenze-teorie alle
quali il soggetto intenzionalmente si assoggetta appunto. E' solo a titolo
d'accenno che possiamo affermare che è il soggetto stesso il competente della
propria salute. E' il soggetto che, svegliandosi al mattino, o in qualsiasi
altro momento, stabilisce di stare poco bene e decide, di conseguenza, di
recarsi dal medico, dal guaritore, dal chiropratico, o fare egli stesso alcuni
esercizi, ecc. a seconda del proprio pensare chi possa guarirlo o farlo stare
meglio. Ogni soggetto "crede" in una teoria o in un indirizzo
scientifico, filosofico, psicologico che lo orienta in merito al suo star bene
o male. Indubbiamente in questo orientarsi più che la sua intenzione, che
potrebbe ormai essere automatica, è l'intima convinzione che la propria
teoria-credenza sia la migliore per sé stesso. E infatti, funziona; per quel
soggetto, funzionano le cure alle quali si orienta. Questo essere orientati
intimamente è da ricercarsi in strati antichi del pensiero. Così come
l'elefante incatenato da piccolo al grosso tronco d'albero, anche quando (ormai
grande) potrebbe liberarsi, non lo fa, lo stesso il soggetto che, appresa una
strada, difficilmente l'abbandona. Non è cocciutaggine, ma è l'esperienza
positiva che tante volte ha vissuto (nell'aderire a quell'orientamento) che lo
induce a non metterlo più in discussione. Quindi la fiducia nel qualcosa che ha
funzionato, o non ha funzionato, come nel caso dell'elefante, porta il soggetto
a non abbandonare quell'orientamento e anzi a proporlo ad altri. Difficilmente quest'apparato mentale che
governa le scelte del soggetto e che fonda non solo sulla propria esperienza
personale, ma anche sull'intima convinzione della bontà di esse, potrà
abbandonare questa convinzione a favore d'altri apparati quand'anche migliori.
Dovremmo mettere in discussione la struttura stessa. Certamente nel corso della
vita, anche il soggetto più determinato sarà investito da nuovi temi, da nuovi
problemi, da nuovi stimoli ai quali forse, fare fronte con i vecchi schemi (seppure
validi) può essere insufficiente.
Il Taiji è un'arte marziale
interna perché, più che lavorare sulla superficie del corpo (la forza
muscolare), lavora all'interno, sulla struttura, sull'energia e soprattutto
sulla mente. Le diverse tecniche di Taiji sono caratterizzate da
visualizzazioni mentali e metafore simboliche, che vengono prodotte nel
pensiero per ottenere uno scopo, una finalizzazione nel corpo. Ma queste
immagini, questi simboli come s'impastano con l'intenzione? Abbiamo accennato
al "ci" (la realtà è quella che ci creiamo); visualizzare e
simbolizzare non sono attività soggette a suggestione. Ci vuol ben altro. Forse
proprio il "ci". Essere nel ci, esserci in quel che si fa è una
questione che prevarica la suggestione per entrare in ambiti del pensiero tanto
antichi, quanto radicati nel soggetto. Jung ci ha parlato di miti ma anche di
archetipi (forze trascendenti arcaiche che agirebbero l'uomo sin dai primordi).
L'archetipo è qualcosa che è immanente all'uomo, che lo precede, che lo sovrasta.
L'archetipo ha sede nell'inconscio collettivo (scoperto appunto da Jung) e ha
il compito di spingere l'uomo verso quelle mete che l'uomo stesso ha la
sensazione di non poter sfuggire. L'archetipo come vocazione? Può essere,
soprattutto se possiamo utilizzare il termine "vocazione" non più
solo riferito al religioso ma a tutto quanto è nell'essere (come dire?) votato
a quella meta. In questo senso potrebbero apparire più chiare talune norme e
regole, anche molto dure e brutali, che molte scuole tradizionali richiedono ai
propri allievi per potervi accedere. In questi casi solo coloro i quali
mostrano di sapere accettare e farne una strumento di apprendimento delle
suddette regole, potranno avvalersi degli insegnamenti di quelle scuole. Quello
che si vuole sostenere è che, se il soggetto riesce a superare alcune prove,
questo può essere il segno della sua vocazione a divenire allievo di questa o
quella scuola. Che è, non dimentichiamolo, scuola di vita. Dicevamo prima, che
il Taiji è lavoro interiore; sappiamo anche che la motivazione a questo lavoro
può solo essere nell'esserci del soggetto. Allora appare chiaro che i
"segreti" per divenire abili nelle nostre discipline sono solo in noi
stessi, in quella parte di noi che un po’ ci trascende e ci prevarica. Certo la
pratica, l'esercizio mentale ripetuto (visualizzando l'azione, come fanno i
cestisti della pallacanestro) attraverso i risultati raggiunti può darci
indicazioni sulla nostra buona vocazione all'arte che stiamo praticando. Ovvio
il riscontrare che, se in tutto questo, il soggetto prova fatica e dolore e non
all'opposto il proprio piacere (di essere cioè sulla propria strada, di
percorrere la propria via, vocazione) dovrà prendere atto che bisogna fare
qualcosa, che così non va. Non vogliamo certo ammettere che il soggetto abbia
un destino immodificabile e dato una volta per sempre: se così fosse dobbiamo
negare la realtà di molti soggetti che hanno saputo fare della loro vita
qualcosa di estremamente bello passando appunto da una condizione di sofferenza
ad una di soddisfazione. Ecco qualcosa al quale merita rivolgere il pensiero:
la possibilità di passare dalla sofferenza alla soddisfazione. La pratica del
Taiji è anche questo, avere una visione olistica, visualizzare il gesto in
vista dell'ambiente, dell'avversario, delle condizioni ambientali, e di tutto
quanto possa contribuire a portare a buon fine la propria azione. Una visione
che è un pre-disporsi, un recepire interiore in vista della propria azione
portata a compimento in modo gratificante per il soggetto. L'intenzione quindi,
nella sua distinzione con l'intenzionale.
L'intenzione è "Direzione che il soggetto imprime all'azione;
volontà di compiere una determinata azione, di raggiungere un determinato fine,
il rivolgersi consapevolmente verso uno scopo, disposizione ad agire per
attuare un progetto (che potrà anche non giungere a compimento) ". Questa,
una delle definizioni, ma ve ne sono delle altre molto interessanti.
"Desiderio e aspirazione" ad esempio, è già una definizione
dell'intenzione che apre agli argomenti trattati in precedenza e che terremo
presente. L'idea è quella di distinguere l'intenzione dall'atto di essa.
L'intenzione appare chiaro cosa sia, mentre l'atto dell'intenzione forse è
ancora un po’ oscuro ed è bene definirlo. L'intenzionale è descritto come:
"Che è proprio, che si riferisce all'intenzione, all'intento; che dipende,
che è in rapporto con l'intenzione - Anche: che è nelle intenzioni, che non è
stato ancora messo in atto o tradotto in pratica, che si trova ancora allo
stadio di progetto, di desiderio". Da queste definizioni, una primissima
osservazione: l'intenzionale precede l'intenzione e, forse, ne determina la
consistenza e l'esistenza. Ma non corriamo a conclusioni che semmai vogliono
essere delle aperture d'indagine ulteriore sull'agire del pensiero dell'uomo.
L'intenzionalità, che
comprende l'intenzionale e l'intenzione, è nel linguaggio comune di molti
riferito sostanzialmente all'intenzione, ai motivi agli ideali che inducono le
persone all'azione, al comportamento. Certamente le intenzioni vanno distinte
in quelle che restano intenzionali, da quelle che invece vengono praticate,
agite dal soggetto. Anche perché sappiamo fin troppo bene che non sempre
riusciamo a portare a buon fine le nostre intenzioni, molti ostacoli a volte
s'interpongono sul nostro cammino e molte intenzioni non vengono attuate.
Quindi dato che, a volte, l'intenzione può essere difforme dall'azione, nasce
il problema di quanto il soggetto stesso sia responsabile delle proprie azioni
o se debba essere ritenuto responsabile anche delle sue intenzioni o solo del
successo-insuccesso delle sue azioni. Le difficoltà, in questo campo, sono
enormi in quanto è sovente impossibile conoscere le vere intenzioni di un
soggetto. Eccoci ad un punto interessante: le intenzioni sono conosciute
esclusivamente dal soggetto e, senza anticipare, l'intenzionale può essere
sconosciuto al soggetto stesso. Torneremo su quest'anticipazione. Il fulcro del
contendere è che se è pur vero che è difficile avere coscienza chiara e
distinta dei motivi che spingono un uomo a fare o non fare certe cose, è
altrettanto vero che l'ideale intellettuale e morale, al quale non si deve
assolutamente rinunciare, è proprio quello di avere queste conoscenze di sé. La
visualizzazione mentale dell'azione, delle figure del Taiji, poggiano
sull'intenzione che è ancora in fase intenzionale, solo desiderata, non ancora
scelta definitivamente. In questo luogo psichico, nell'intenzionale appunto, il
soggetto si ritrova con le proprie credenze, la propria vocazione, i propri
simboli. E' in questo luogo che possono nascere e crescere gli ostacoli
maggiori alla realizzazione corretta del nostro esercizio. Abbiamo visto che
talune strutture di pensiero risentono del passato proprio e qualcuno afferma anche
del passato dell'umanità. Il Taiji, insegnando a lavorare, col pensiero,
interiormente, pone il soggetto nella piacevole condizione di rilevare tutto
quanto si oppone a che l'azione possa essere visualizzata in modo fluido e
libero da condizionamenti. Il Taiji porta il soggetto a doversi confrontare con
i propri dinamismi psichici e soprattutto con la fluidità o meno del proprio
pensiero. L'intenzione viene allora ad essere non già una qualità data in
misura uguale a tutti gli individui, bensì una funzione che può essere in
continuo sviluppo e continuamente migliorata. Sapendo del materiale che
dobbiamo usare per ottenere quella continuità tra pensiero e azione, quella
fluidità che non può essere fluidità organica se non è preceduta dalla fluidità
del pensiero, dell'intenzione. Il materiale sul quale è utile esercitarsi, sono
appunto i simboli, la vocazione (da ricercarsi nel piacere con cui facciamo le
cose), la struttura psichica che armonizza nell'intenzione, la volontà,
l'attenzione, la concentrazione, la coscienza, la consapevolezza. L'intenzione
stessa diviene così la struttura psichica del soggetto (almeno nella componente
consapevole). E questo impasto, questo "messo insieme", che ha come
collante l'intenzione è passibile non solo di rilevamento, di conoscenza del
soggetto, ma anche di modifica e miglioramento. Come utilizzare i simboli per
dare alla nostra intenzionalità una maggiore efficacia? I simboli abbiamo
accennato possono agire il soggetto, ma questo non significa che lo
sottomettono, anzi, a sapergli cogliere (i simboli) possono darci un grosso
aiuto. L'attività simbolizzatrice del pensiero è attività continua e di valenza
immediata in quanto il concetto ha bisogno di simboli per riferire il proprio
discorso a qualcosa di tangibile, di certo, di chiaro e sostanziale. Ma alcuni
simboli sono propri del soggetto, sono i suoi santi o demoni interiori che, una
volta conosciuti, possono mettersi al suo servizio. Se impariamo a non aver
timore dei nostri simboli, impariamo a conoscere quanto bene può farci portare
il pensiero a quell'oggetto, cosa o sentimento di cui fra l'altro è composto il
nostro star bene. Si sta bene con certi pensieri, con altri si sta male. Ogni
soggetto che sappia, o possa, mettere le mani, per così dire, sul proprio intimo
simbolo che lo aiuta in circostanze non proprio felici per lui, è un soggetto
che riuscirà sempre a "venirne fuori". La potenza dei simboli fonda
proprio sull'esperienza che ogni singolo soggetto ha di un certo accadere o
avvenimento. Funzionano, è vero, anche i simboli universali in quanto nati
dalla conoscenza collettiva del benessere, ma quelli individuali sono tanto più
preziosi quanto più agiscono beneficamente sul soggetto. Ognuno di noi ha un
suo mito interiore, o una scena dove veramente ha vissuto bene, o una frase, un
volto, un'impressione che fonda sulla sua esperienza sensibile, sul suo
organismo al punto non di suggestionarlo ma di indurlo all'evidenza, alla
verità, a conciliare l'immagine interiore con la realtà del suo organismo, del
suo corpo: ecco la verità, il reale in noi che agisce su di noi e nel nostro
ambiente circostante. Per quanto
concerne la vocazione, abbiamo già detto che è individuabile attraverso
l'analisi del piacere-dispiacere di quanto stiamo facendo. Se il nostro agire,
e il nostro precedente pensare non ci portano alcun che di buono, vuol dire che
siamo distanti dalla nostra vocazione. All'opposto tutto quello che ci porta
benessere, realizzazione e capacità d'esecuzione è nella nostra vocazione. La
vocazione è importante saperla riconoscere, proprio perché inerisce il nostro
divenire, alcune modalità apprese nel passato e consolidatesi nel corso degli
anni potrebbero portarci a credere che la vocazione sia il destino. No, la
vocazione non è il destino, ma piuttosto la destinazione del nostro movimento.
Ci muoviamo per giungere ad una meta di benessere; quel benessere (nostro) è la
vocazione. Motivazione sarebbe riduttivo in quanto prevede dei
"motivi" ragionati dal soggetto, ma quest'attività del ragionare del
soggetto è già marcata dalla vocazione appunto. I motivi che mi vado trovando
per agire sono sostanzialmente degli alibi, o degli "oggetti" sui
quali fondare la mia vocazione che è, ripeto a monte del giudizio, anzi compone
il giudizio su ciò che è bene o male per me. A di là di questo spostamento
dell'attenzione su di un termine o l'altro, resta che l'importante sia che il
soggetto possa conoscere (anche qui) la propria vocazione per poter
eventualmente meglio servirla o, in alcuni casi, modificarla alla sua fonte e cioè
nel proprio pensare, nella propria modalità di valutare, direi nei parametri
stessi ai quali il mio giudizio fa riferimento. La vocazione quindi, come i
simboli debbono essere presenti al soggetto, deve essere conosciuta. Il Taiji
offre al soggetto l'opportunità di conciliare mente e corpo, pensiero e azione
come se fossero un tutt'uno. Ecco perché siamo chiamati ad un lavoro sempre
maggiore d'approfondimento e di conoscenza del pensiero, perché niente può fare
il soggetto se prima non lo ha pensato. Tanto più l'attività del pensiero è ben
impostata, fluida, tanto più l'azione del soggetto sarà efficace, pronta e
assolutamente adeguata all'intenzione rappresentata nella mente. La
rappresentazione quindi risulta l'attività fondamentale del mio sapermi muovere,
del mio praticare il pensiero. Le rappresentazioni, avvalendosi del simbolo e
della vocazione forniscono al soggetto l'opportunità di conoscere a fondo, alla
fonte, l'intimità globale del soggetto, conoscibile solo a lui e quindi vicino
a quei "segreti", che dicevamo all'inizio sono nel soggetto stesso.
Ho voluto proprio approfondire quest'aspetto del Taiji, dell'intenzione, in
quanto racchiudendo attività di pensiero e attività di corpo, giudico sia il
nodo più importante e più fondante del nostro lavoro. Lavoro che è lavoro di
pensiero, di conoscenza e infine di movimento organico. Il riverberarsi
sull'organismo dell'attività intenzionale non è in discussione, importante era,
ed è, imparare ad esercitare la nostra mente tenendo conto, come abbiamo detto,
delle difficoltà che il soggetto può incontrare in quest'esercizio, tenendo
conto anche dei grossi aiuti che possono derivarci dalla conoscenza dei
contenuti dei nostri pensieri per giungere sempre più vicino all'armonizzazione
dell'uomo con la natura, colla propria meta di vita. In conclusione, possiamo
affermare che l'uomo è veramente ciò che pensa. Pensandoci, con l'ausilio dei
simboli e della vocazione, realizziamo quella realtà esterna che desideriamo
sia, mettendo il nostro corpo nella condizione migliore per
accoglierla-affrontarla. In fondo l'incontro-scontro con l'ambiente circostante
è l'incontro-scontro col nostro ambiente interiore.
Andrea Ruscalla