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Yi - Potere della Mente
Mentre abbiamo considerato il Qi (Chi) come l'interfaccia tra la mente e
il corpo, potremmo definire lo Yi il "primus inter pares" e il
"traìt d'union" tra Li (dimensione fisica) e Qi (dimensione
energetica). Con Yi le potenzialità del corpo, normalmente limitate
alla forza dei muscoli e dei movimenti veloci, possono essere elevate a
massimi livelli grazie all'utilizzo cosciente del potere dell'energia interna.
Lo Yi può essere allenato come si allena un arto, cominciando con
piccoli esercizi di immaginazione creativa, fino ad arrivare alle sofisticate
tecniche messe a punto da generazioni di maestri nel corso dei secoli, quali
l'imitazione degli animali e dei fenomeni naturali (il turbinare del vento,
la potenza devastatrice del lampo, il fuoco, l'acqua) che creano un'identificazione
in grado di sviluppare straordinari poteri fisici e mentali.
La pratica dell'imitazione simbolica dei movimenti degli animali e delle
forze della natura è la chiave d'accesso per trascendere i limiti
fisici imposti dai normali stati di coscienza e per liberarci dai condizionamenti
(genetici, ambientali ed educativi) che, come delle incrostazioni, nascondono
la nostra pura essenza e limitano la nostra libertà. Quest'imitazione
cosciente, liberando quelle energie nascoste e istintive che risiedono nelle
profondità del nostro essere, attiva una sorta di depurazione mentale,
cosicché il nostro sistema psicofisico, non più condizionato,
sarà in grado di dispiegare al massimo tutte le sue potenzialità.
A riprova di ciò può essere fatto un semplice esercizio: congiungete
pollice e indice immaginandoli come un anello d'acciaio, finché riuscirete
a tenere ferma quest'immagine nella mente, diventerà molto difficile
per chiunque separarli. Altri esempi del potere eccezionale della mente
sono gli atti compiuti sotto ipnosi, in situazioni estreme di pericolo,
o ancora la tremenda forza dimostrata dalle persone colte da raptus. Durante
queste crisi la più gracile delle persone può dare luogo a
delle manifestazione dì un tale vigore fisico da mettere in crisi
anche diverse persone robuste che tentino di controllarla. Questo può
succedere perché ci sono determinati "stati indotti", in
cui la mente in situazioni non ordinarie quali malattie, stati allucinatori,
pencoli, non più vincolata dai normali parametri, agisce senza senso
di limite, liberando fonti inaspettate di energia. Questi "stati indotti",
oltre che subiti, possono essere creati sotto la guida del pensiero cosciente
(Yi). Inizialmente si usa la propria capacità immaginativa, poi,
una volta appreso il meccanismo, tutto avviene senza sforzo cosciente. Dice,
Elemire Zolla, nel suo libro Verità segrete esposte in evidenza (tascabili
Marsilio):
II pugilato e la scherma con l'ombra nati nei monasteri taoisti e buddisti
non vogliono forza muscolare, ma immaginazioni veementi. (..) Chi la pratica
diventa un simbolo del cosmo, un astrolabio, con tutto il peso addensato
nel basso ventre, mentre il flusso dell'energia, come provenendo dal centro
della terra, gli sale su per i piedi e colma il tronco. In certe arti marziali
buddiste si immagina che la cintola sia una corda d'arco che scocca l'energia
del cosmo come un dardo su per il tronco, lungo te braccia, attraverso le
dita, via, fino ai confini dello spazio. Si diventa l'asse che non vacilla,
il volano del cosmo, e l'energia si avvolge a elica intorno alla spina dorsale.
Per meglio comprendere quanto detto e quanto diremo nel prosieguo del nostro
discorso, analizziamo, seppure sommariamente, l'ideogramma Yi. Nella sua
grafia antica la parte supcriore è (yin) indica una vibrazione celeste,
un suono che sovrasta l'ideogramma cuore ( xin), quindi lo YI è inteso
come risonanza del cuore, come suono o parola che sgorga con intenzioni
chiare e pulite. Ma nell'accezione usata dai maestri, indica qualcosa di
più di una semplice correttezza d'animo; esso coinvolge il praticante
in maniera globale. Infatti vediamo che il radicale (inscindibile) yin è
composto dal carattere "lì", (stare eretti, radicarsi,
diritto ecc.) e dal carattere "ri" (sole), che sovrastano il carattere
"xin" (cuore). Forse quest'analisi potrà sembrare troppo
azzardata, ma rende in pieno l'idea dello Yi del praticante di Taiji: Yi
(li + ri + xin) come colui che sta eretto, perfettamente centrato nel proprio
spirito e col controllo del proprio corpo e della propria mente.
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Li |
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Eretto |
*dominare
*essere corretti |
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YI = |
Ri |
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Sole |
*energia Yang
*corpo fisico
*plesso solare - stomaco |
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Xin |
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Cuore |
*energia Yin
*attività emotiva
*attività mentale |
Sole è l'energìa Yang per eccellenza e nel "microcosmo
uomo" rappresenta il corpo fisico.
Cuore simboleggia l'energia Yin. Per la tradizione cinese è anche
il simbolo dell'attività mentale ed è quindi usato come
sinonimo di "mente". Nel corpo umano il cuore è considerato
Yin.
Potremmo, quindi, intendere Yi sinteticamente, come quella qualità
che controlla sia il proprio corpo sia la proprìa mente.
In realtà Yi è un'idea molto più complessa, che coinvolge
la mente nei suoi molteplici aspetti, il corpo con le sue potenzialità
e lo spirito, o Shen. Yi è quindi una delle facoltà dell'organo
Xin nelle sue componenti principali: Yi Shi (coscienza, consapevolezza)
e Yi Nian (idea, intenzione ecc.).
Può essere sinteticamente espresso con "mente-cuore",
termine che implica il concetto di "consapevolezza intuitiva"
(cfr. Le Tre Vie del Tao, p. 46 e p. 180) e cioè la capacità
di conoscere e di esserne coscienti senza mediazioni intellettuali, in
maniera diretta e immediata. Infatti la parola intuizione etimologicamente
significa "essere in Dio", dal greco en (in) e tbeos (Dio);
in senso lato è quella che i maestri chiamano "conoscenza
dei cuore". Opportunamente sviluppata, permette una presa di coscienza
delle potenzialità sia del corpo sia della mente. È lo stato
in cui non c'è disarmonia tra pensiero e azione, in cui la consapevolezza
si fonde con l'azione, facendo sì che i movimenti del corpo siano
perfettamente allineati al flusso della nostra "intenzione cosciente",
è una specie di "estasi non mistica" che rappresenta
uno stato di fusione, di assorbimento totale in quello che si sta facendo,
dimentichi di ogni cognizione spazio-temporale. Alcuni grandi campioni
sportivi la chiamano la "Zona" e la definiscono come uno stato
nel quale "l'eccellenza delle prestazioni" non richiede sforzo
alcuno.
Corpo,mente ed energia si fondono in uno stadio superiore, che rappresenta
la quintessenza delle potenzialità individuali: lo Stadio Spirituale,
o Shen.
Shen è uno stato potenziale indifferenziato (non è Yin,
non è Yang - non è pieno, non è vuoto) da cui può
emergere qualsiasi cosa: il caos della lotta come la calma della meditazione.
La mente nello stato Shen è pura e trasparente come il cielo terso,
il corpo è come la terra primigenia, il Qi come gli elementi della
natura. Quando lo Shen si condensa nello Yi, il corpo-terra emette la
sua forza scuotendosi come un vulcano, ondeggiando come l'oceano o turbinando
come l'uragano. Quando lo Shen si condensa nello Yi, il poeta può
creare la sua poesia, il musico la sua musica, un uomo e una donna unire
le loro essenze (Jing) e far nascere i "diecimila esseri"
Nella visione cinese lo Shen, non essendo solo metafisico, non è
solo trascendente, ma immanente all'essere umano, per cui si può
parlare di Spirito Universale e di Spirito Individuale, quest'ultimo dotato
di una sua "fisicità energetica" con un suo preciso metabolismo,
presente ovunque vì sia vita e attivo in ogni parte e in ogni funzione
corporea. È principalmente in questo senso che useremo il termine
Shen nel contesto del nostro lavoro.
Molti sono quelli che, almeno una volta nella loro vita, hanno sperimentato
questo stato di fusione psicofisica in maniera spontanea, in cui la loro
attenzione era talmente concentrata da non rendersi conto di quello che
succedeva intorno a loro; ma nello stesso tempo, senza perdere il controllo
della situazione, agivano perfettamente coordinati, senza ansia e preoccupazioni.
Il Taiji rappresenta un metodo scientifico per sviluppare questo stato
in maniera cosciente. Secondo la tradizione taoista, quando lo Shen individuale
si sublima nel "Vuoto Assoluto", o Xu (lian Shen huan Xu), si
diventa degli immortali viventi, o esseri illuminati, e ci si ricongiunge
allo Spirito Universale (Wuji).
Da notare, infine, come "Yi" significhi anche "anticipare"
(È naturale, per una scrittura composta da segni ideografici, avere
molteplici significati per una sola parola). Nel Taiji Quan è importante
il concetto della mente che "anticipa", cioè che intuisce
le intenzioni dell'avversario.
Nel Taiji Quan, Yi è assolutamente basilare, perché i risultati
che si otterranno dipendono essenzialmente da esso. Per questo è
opportuno cercare, nei limiti imposti dalla parola scritta, di spiegarne
i vari significati e di specificare i molteplici contesti in cui viene
usato. Secondo l'ambito in cui agisce, YÌ assume sfumature a cui
corrispondono significati con diverse valenze e diversi livelli di realizzazione.
È importante capire che ciò non rappresenta un inutile esercizio
intellettuale, ma è invece un passaggio obbli-gato, perché
il Taiji è un'arte estremamente raffinata e i suoi confini non
sono limitati al campo marziale, ma lo trascendono.
Yi è l'Alfa e l'Omega, è il principio e la fine, è
la luce che illumina la mente.
Per la lingua cinese è normale sintetizzare m un ideogramma concetti
complessi che nelle lingue come quelle occidentali richiedono lunghe spiegazioni;
è per questo che Yi può essere tradotto come idea, attenzione,
intenzione e volontà cosciente (più specificatamente Yi
Nian); consapevolezza, coscienza e intuizione (più specificatamente
Yi Shi).
Yi nian - Attenzione, volontà cosciente, intenzione
L'attività della mente non si ferma mai; l'uomo normale è
continuamente coinvolto in un dialogo interiore senza sosta, che gli impedisce
la calma e agita i suoi pensieri come il vento agita le acque di un lago.
I maestri paragonano questo stato a una scimmia ubriaca che si agita incessantemente,
e il pensiero a un cavallo che scalpita irrequieto.
La quiete del pensiero cosciente, che presiede all'equilibrio di tutte
le attività dell'organismo, è la condizione minima indispensabile
per avviare il processo di pacificazione (Jing) della mente (Yi). Yi Jing
è il nome dello stato della mente pacificata, da cui si sgorga
un pensiero puro e trasparente come acqua di sorgente.
Come giù nell'acqua limpida si vedono la sabbia, la ghiaia ed il
colore diverso delle pietruzze, soltanto a cagione della sua trasparenza.
Chi cerca la via della salvezza, bisogna che abbia la mente in egual modo
limpidissima,
(P.F. Ronconi, Le Vie del Buddbismo, Basala).
Lo strumento principale dell'Yi Jing è l'attenzione, strettamente
legata alla capacità di-concentrazione, che a sua volta altro non
è che la focalizzazione volontaria dell'attenzione. Pacificazione,
attenzione, concentrazione e intenzione, sono strettamente correlate in
una specie di "circolo virtuoso" che si autoalimenta. Ci sono
molti modi per entrare nel "flusso", sicuramente la capacità
di focalizzarsi esclusivamente e intenzionalmente su quello che si sta
facendo, in uno stato di profonda concentrazione, ne rappresenta l'essenza.
"Attento come un gatto che punta un topo ". Questa immagine,
spesso abusata, sintetizza in maniera esemplare, nell'immaginario collettivo,
l'archetipo della perfetta attenzione. Ma l'attenzione di cui parliamo,
nel contesto del presente lavoro, è di ordine diverso ed è
peculiare dell'essere umano. Essa è nello stesso tempo una delle
capacità più elevate e meno sviluppate che possediamo: l'attenzione
cosciente. Pochi sono coloro che hanno sviluppato questa attenzione volontaria,
mentre la maggior parte delle persone l'ha vissuta sporadicamente in situazioni
fortuite, senza però possederne il minimo controllo. Vediamo, quindi,
di chiarire la differenza sostanziale che intercorre fra l'attenzione
istintuale di un gatto affamato e l'attenzione cosciente dell'essere umano.
Il gatto non ha possibilità di scelta: l'istinto della fame lo
obbliga alla concentrazione totale di tutte le sue energie sul cibo-topo.
Tutti gli animali hanno queste risposte coatte e reattive sotto l'impulso
degli istinti fondamentali. Anche gli esseri umani sono soggetti a questi
stessi istinti che condizionano il comportamento e impongono un'attenzione
intensa in determinate situazioni: pericoli di vita, forte eccitazione
sessuale ecc. Sono situazioni molto particolari, che hanno un gusto particolare,
come certe rare spezie dal sapore intenso ed eccitante. Escludendo queste
rare situazioni che polarizzano automaticamente e istantaneamente la nostra
attenzione, la vita di tutti i giorni sembra immersa in una specie di
brodo esistenziale senza gusto. Probabilmente, è la ricerca di
questo gusto forte e il bisogno di ritrovare quell'unità interiore
perduta, non più necessaria nelle condizioni dì vita troppo
confortevoli della nostra civiltà tecnologica, che porta molte
persone a praticare alcuni sport particolarmente pericolosi. Questo tipo
di attenzione non cosciente non è il risultato dì una scelta,
ma si produce automaticamente quando per un caso fortuito le condizioni
interne (istinti, bisogni, desideri) e quelle esterne coincidono.
La vera attenzione, al contrario, nasce dalla scelta consapevole dì
orientare e focalizzare l'intento o volontà della mente nella direzione
scelta, indipendentemente da qualunque necessità o condizioni esterne.
Questa capacità di astrazione tipicamente umana, che abbiamo chiamato
attenzione cosciente, opportunamente sviluppata è la condizione
indispensabile per una reale crescita ulteriore. Solo grazie ad essa possiamo
staccarci dalle situazioni contingenti e volgere all'interno il nostro
sguardo per attivare le enormi potenzialità interiori.
Ecco cosa dice il Buddha a proposito dell'attenzione:
"L'attenzione conduce all'immortalità, la disattenzione alla
morte; gli attenti non muoio-nomai, i disattenti sono come morti".
E più avanti: "Praticano la disattenzione gli uomini stolti
e senza discernimento; ma l'intelligente custodisce l'attenzione, al pari
del tesoro più prezioso ".
(P.F. Ronconi, Le Vìe del Buddhìsmo)
A queste due qualità dell'attenzione (l'istintiva, che negli uomini
e negli animali nasce dal gioco degli istinti, e la cosciente, tipica
dell'essere umano, sganciata dalla circostanze e poco sviluppata) corrispondono
due qualità della volontà: quella che nasce dalle pulsioni
istintuali e dai nostri bisogni elementari e quella di ordine superiore,
frutto del loro controllo e superamento. La prima, molto spesso, nasce
dalla paura e dal conseguente bisogno di potere, che ci porta ad accumulare
beni materiali di ogni tipo per colmare quel senso di vuoto esistenziale
che ci attanaglia, nonostante che le condizioni esterne siano quanto di
più confortante e rassicurante ci possa essere; la seconda, invece
- frutto di uno sforzo cosciente di una personalità matura e consapevole,
in grado di dare un senso alla propria vita sia in termini materiali che
di progresso interiore - è quella che viene chiamata intento o
volontà, della mente. Un'attenzione forte è frutto di un
intento inflessibile.
Chi, dopo anni di pratica, non ha raggiunto dei risultati apprezzabili,
può doverlo anche alla mancanza di attenzione e volontà,
perché senza di esse non si sviluppa la percezione della propria
energia interna (Qi). Molti sono i praticanti che, pur seguendo la disciplina
con amore e diligenza, non avendo sviluppato la consapevolezza interiore
non fanno progressi nella pratica, perché non riescono a decodificare
i messaggi del corpo e sono ingannati dalle loro stesse sensazioni.
All'inizio è importante concentrarsi sulle forme da imparare per
eseguire correttamente Ì movimenti, con la pratica la loro esecuzione
diventa più semplice, i movimenti fisici meno impegnativi e di
fatto possono essere eseguiti in maniera automatica, senza la necessità
di uno sforzo cosciente. Spesso, a questo punto, la pratica diviene routine
meccanica e lo sviluppo risulta compromesso, perché non si presta
sufficiente attenzione a quello che si fa: esternamente sembra Taiji,
in realtà è un guscio vuoto. Al contrario, la pratica necessita
di una ricerca esperienziale attiva e concreta fino al limite dell'identificazione,
che inizia con la focalizzazione del pensiero cosciente sugli aspetti
più esterni (movimenti parassiti, tensioni muscolari, blocchi energetici
ecc.) e che procede per stadi successivi fino alla presa di coscienza
di qualsiasi fenomeno possa emergere, sia esso fisico, emozionale o mentale.
Il praticante deve essere perfettamente cosciente di ciò che gli
accade senza di-strarsi mai, con vigile attenzione deve essere in grado
di percepire Ì mutamenti e le trasformazioni che avvengono all'interno
del suo corpo, solo così diventa padrone di se stesso ed è
quindi in grado di orientare la sua mente in modo che possa guidare, in
maniera consapevole, tutto il processo di sviluppo.
Yi shi - Coscienza - consapevolezza - intuizione
Con Yi Shi, l'uomo ordinarlo comincia un processo di evoluzione interiore
aprendosi a una realtà dimensionale di ordine superiore. Infatti,
mentre Yi Nian, nei suoi vari aspetti di volontà, attenzione, concentra-zione
molto utili nella vita quotidiana, può essere priva di valenze
spirituali, Yi Shi al contrario, coinvolgendo aspetti metafisici dell'esistenza
umana ne è ricca.
Così come le tre qualità di Yi Nian, che sono comuni a tutti
gli esseri umani, sono in base al loro livello dì sviluppo quelle
che fanno la differenza tra un uomo di successo, in grado di orientare
la propria vita vivendola da protagonista, e l'uomo velleitario e inconcludente
che, invece, la subisce; alla stessa maniera, lo sviluppo di Yt Shi (coscienza,
consapevolezza, intuizione) fa la differenza tra l'uomo di successo mondano,
che non si pone obiettivi di tipo spirituale (un grande campione sportivo,
un imprenditore affermato o un famoso scienziato sono tutti esempi di
personalità che hanno sviluppato a un buon livello volontà,
attenzione e concentrazione) e l'uomo che, invece, fa della trasformazione
interiore e del miglioramento di sé lo scopo della propria vita,
espandendo la sua coscienza oltre i confini della realtà fittizia
dell'Io.
Coscienza
Quello che differenzia l'essere umano dagli altri esseri viventi è
la coscienza di sé: egli non solo sa e sente dì esistere,
ma è conscio di ciò.
Sostanzialmente si può parlare di due fondamentali stati di coscienza:
uno di tipo biologico, bagaglio comune di tutti gli esseri umani e uno
che possiamo chiamare metafisico. Il primo, relato alla mente ordinaria,
nasce dai sensi e dall'attività di pensiero; il suo motto è
il "cogito ergo sum" di cartesiana memoria. Il secondo, relato
alla "Mente Universale", è metafisico e va oltre la comune
attività di pensiero. La "coscienza biologica o ordinaria",
legata all'Io, è dualistica: conscio e inconscio, psiche e soma,
soggetto e oggetto, ragione e istinto, cuore e cervello. La coscienza
metafisica, al contrario, frutto di un'intensa fase introspettiva scevra
da ogni analisi intellettuale, da ogni pensiero discorsivo e conclusioni
logiche, è senza "Io". Quest'assenza non va intesa come
vuoto o annullamento, ma piuttosto come superamento o trascendenza della
condizione dell'Io; una tale condizione mentale per la mente ordinaria
può essere solo inconscia (involontaria), in quanto essa nei normali
stati di coscienza non è in grado di concepire se stessa senza
un Io. (Cfr. Le Tre Vie del Tao, p. 159). La coscienza metafisica si sviluppa
attraverso la pratica della meditazione e della pacificazione del pensiero
cosciente, armonizzando i nostri pensieri fino al punto di fermare il
dialogo interiore ed operare il rovesciamento dell'orientamento della
nostra visione interiore dalla molteplicità all'unità, dall'Io
al non Io, dall'individualità all'universalità.
Le grandi tradizioni orientali, perfettamente consce di ciò, hanno
elaborato tecniche sofisticatissime per raggiungere lo scopo di azzittire
il "dialogo inferiore " e rompere il circolo vizioso che mantiene
in vita la falsa percezione del mondo, per sviluppare la vera consapevolezza,
che si manifesta quando la mente entra in uno stato di assoluto silenzio
e non genera più pensieri.
Far tacere i pensieri, azzittire il dialogo interiore, è uno dei
punti chiave per accedere a una retta visione di noi stessi e della realtà
circostante. Certo non è semplice riuscirci, perché i metodi
sono piuttosto insoliti e richiedono un impegno costante, inoltre è
difficile vincere il luogo comune che considera il dialogo mentale una
condizione naturale e ineluttabile della mente.
Il silenzio interiore e il vuoto mentale che ne consegue, di cui parlano
le tradizioni, sembrano per l'uomo ordinario un'opera titanica difficilmente
realizzabile, se non da pochi individui particolarmente dotati. Infatti
è così: sono veramente pochi coloro che ci riescono, ma
non tanto per una difficoltà intrinseca del lavoro quanto piuttosto
per due ordini di motivi che sono come le due facce di una medaglia: un
approccio errato e una confusione di ruoli tra la mente e il prodotto
della sua attività, cioè i pensieri.
Per spiegare meglio come anche un problema semplice possa diventare insolubile
con un approccio errato, ci serviamo dell'esempio riportato nel libro
Change di Paul Watzlawick, edito dall'Astrolabio:
I nove punti della figura devono essere collegati da quattro linee rette
senza sollevare la matita dal foglio.

Il test diventa insolubile perché la maggior parte delle persone
che tentano di risolverlo per la prima volta, introducono nella soluzione
un'ipotesi errata: che i nove punti formino un quadrato, e che la soluzione
si trovi dentro tale quadrato, una condizione autoimposta che non è
presente nelle istruzioni.
Dice Watzlawick:
Le ragioni dell'insuccesso non vanno dunque cercate nell'impossibilità
del compito, ma piuttosto nella, soluzione adottata per risolverlo. Una
volta creato il problema, quale che sia l'ordine o la disposizione con
cui le linee vengono tracciate, alla fine ci sarà sempre un punto
che resta non collegato. Ciò significa che si può percorrere
tutta la gamma delle possibilità del cambiamento esistenti dentro
il quadrato, ma non si riuscirà mai a risolvere il compito.
Per risolvere il test bisogna uscire dalla logica del quadrato, dopo di
che quello che prima sembrava impossibile, diventa ora di una semplicità
sconcertante.

Così succede, molto spesso, quando si approcciano le dimensioni
interiori; siamo noi stessi che con i nostri preconcetti vanifichiamo
i nostri sforzi. L'ipotesi che nel nostro caso rende impossibile la soluzione
è che per sua"forma mentis" l'uomo occidentale è
portato a pensare che tutto passa attraverso un'attività di pensiero.
Ma pensare di non pensare non produce il "vuoto", bensì
un altro pensiero: si cerca di smettere di pensare pensando allo smettere
di pensare. È una situazione assurda e paradossale, che genera
solo frustrazione e dolore, senza apparente via d'uscita. Ma, come spesso
accade, la soluzione è più semplice del previsto, basta
operare un cambiamento passando a un livello logico superiore:
Il silenzio è semplicemente al di fuori della sfera di attività
del pensiero.
Il processo del pensiero è una delle attività umane più
alte e più nobili, ma per quanto grande è limitato. Il problema
è quindi di comprendere che esso è solo una delle infinite
forme di percezione e che restare ancorati alla sua sfera di azione ci
taglia fuori da tutte le altre realtà dimensionali.
Vediamo, quindi, come possiamo procedere in pratica per rendere possibile
il raggiungimento di alcuni traguardi che ci permettono di rendere più
stabile e forte la nostra mente. Per farlo dobbiamo tracciare una specie
di percorso, definendo in maniera chiara i passi fondamentali.
Il silenzio interiore e il vuoto mentale si generano l’un l’altro
in un flusso circolare che si autoalimenta, però mentre il vuoto
mentale è silenzio interiore assoluto, in quanto vi è un'assenza
totale di pensieri, il raggiungimento dello stato di silenzio interiore
non presuppone automaticamente il vuoto mentale, né rappresenta
solo la condizione indispensabile ma non sufficiente. Per capire meglio
dobbiamo chiarire la differenza tra il "semplice silenzio "
interiore, che consegue alla cessazione del dialogo interno, e quello
"assoluto" che consegue alla cessazione dell'attività
pensante della mente.
Il primo non presuppone un'assenza totale di pensieri, ma solo la cessazione
del loro fluire disordinato, caotico e rumoroso; il secondo richiede,
non solo la realizzazione di determinate condizioni mentali (cessazione
del dialogo, silenzio, blocco dell'attività pensante etc.), ma
anche lo sviluppo di determinate caratteristiche di ordine spirituale,
senza le quali qualsiasi tecnica risulta completamente inutile.
Il silenzio interiore relativo al vuoto mentale è assenza totale
di pensieri
In una prima fase, quindi, non si cerca di fare il vuoto mentale, ma solo
di armonizzare l'attività della mente spegnendo gradualmente il
dialogo interno: si pensa non in maniera discorsiva per parole, ma per
immagini, un po' come se sullo schermo della mente si proiettasse un film
senza sonoro.
Nella mente c'è silenzio, ma non assenza di pensieri. Come in una
valle di alta montagna, i nostri pensieri simili a uccelli volteggiano
silenziosi nell'aria.
La presa di coscienza che non tutto passa attraverso la comune attività
di pensiero, unita a un'osservazione distaccata dell'attività prodotta
dalla nostra mente e a una non eccessiva identificazione con i nostri
pensieri, è fondamentale per accedere al "cuore della mente",
dove ogni discussione, ogni differenziazione cessa e: si è consapevoli
di "essere ", senza bisogno di pensare, per esserne consapevoli.
A chiarimento di ciò riportiamo dal nostro precedente lavoro (p.
218):
La mente e i suoi pensieri
Si può affermare che ci sono infiniti metodi di meditazione, ma
in ultima analisi si riducono essenzialmente pochi.
Uno dei metodi più semplici e più adatto all'uomo moderno
occidentale lo possiamo chiamare
"Osservazione distaccata dei propri pensieri" o "Posizione
del testimone"
II suo procedimento è relativamente semplice: sediamoci in un posto
tranquillo, e dopo una prima fase dedicata a creare uno stato mentale
tranquillo respirando profondamente, poniamoci in osservazione di noi
stessi e dei nostri pensieri senza farci coinvolgere. In un primo momento
ci sentiremo tesi e agitati, la nostra mente somiglierà a un ingresso
del metrò nell'ora di punta, i nostri pensieri si accavalleranno
in maniera disordinata e spingeranno per venire a farci visita. Non bisogna
fare nulla, solo un po' di pazienza e mantenete un atteggiamento distaccato;
e piano piano ci accorgeremo che tra un pensiero e l'altro si crea uno
spazio vuoto, un'assenza di pensiero. Continuando in questo atteggiamento
distaccato, questo spazio vuoto comincerà a dilatarsi sempre di
più, allora potremo cominciare a osservare la profondità
della nostra mente. La pratica giornaliera di questo tipo di meditazione
ci permetterà un distacco dai nostri pensieri e da una eccessiva
identificazione con essi. Ci permetterà di capire che noi non siamo
solo i nostri pensieri, ma qualcosa di molto più vasto. Scopriremo
che siamo emozioni, sensazioni, intuizioni e che tutto è magicamente
legato e interdipendente. Man mano che i giorni passano, in quei minuti
che dedicheremo a noi stessi, sperimenteremo sempre nuove sensazioni,
nuovi modi di essere, avremo piccole e grandi intuizioni, un senso di
gioia spontanea sgorgherà dalla profondità del nostro essere.
I pensieri perderanno quel valore assoluto che avevano prima, saremo in
grado di capire quali hanno diritto di cittadinanza e quali invece sono
pensieri indotti e clandestini. Tutti i nostri pensieri, le nostre opinioni,
i nostri ideali e le nostre convinzioni sottoposti a quest'esame, a quest'attenta
valutazione che si sviluppa con la meditazione risulteranno non di nostra
esclusiva proprietà e potremo liberamente affermare: "Io non
sono questo pensiero, io non sono questa convinzione". A questo punto
un senso di smarrimento potrebbe assalirei. "Se io non sono i miei
pensieri, i miei ideali, le mie convinzioni, chi sono? Se tutto quello
che ho pensato finora non è di mia proprietà dovrò
cominciare daccapo, ma su che basi ?" A questo punto è bene
fare delle riflessioni importanti su quanto è accaduto. E lo faremo
con l'ausilio di una delle massime zen più conosciute. "Prima
che un individuo pratichi lo Zen, i monti sono monti, e i fiumi sono fiumi.
Quando egli si è addentrato nella verità dello Zen, per
lui i monti non sono più monti né i fiumi sono più
fiumi. Ma poi, quando egli arrivi realmente alla Pace, i monti ridiventano
monti e i fiumi fiumi".
Prima di cominciare a meditare vivevamo senza osservarci, nella piena
convinzione dei nostri pensieri, opinioni e pregiudizi, che ci sembravano
giusti perché espressioni del nostro “Io”.
"I monti sono monti, i fiumi sono fiumi".
Praticando la meditazione il nostro "Io" ha esplorato se stesso
e... non si è trovato.
"I monti non sono monti, i fiumi non sono fiumi".
Ora prima di procedere oltre è bene cercare di ridefinire il concetto
dell'Io e di capire bene che cosa è un pensiero e che cosa si esprime
in un pensiero. Relativamente al concetto dell'io lo abbiamo ampiamente
trattato all'inizio di questo capitolo, quindi passiamo al secondo concetto.
Riprendiamo la nostra esplorazione interiore: ora abbiamo raggiunto una
maggiore capacità di distaccarci dai nostri pensieri senza farci
coinvolgere eccessivamente, possiamo godere di quel vuoto mentale e del
senso di pace che lo accompagna e all'improvviso ci accorgiamo che il
"vuoto" non è vuoto ma è pura e assoluta percezione,
è un oceano di percezione. Sentiamo che il nostro corpo vibra e
si accorda con le infinite melodie, il nostro respiro vibra con i colori,
i nostri muscoli danzano con i suoni, la nostra colonna vertebrale come
un grande flauto suona ad ogni respiro, le nostre immagini si colorano,
e le nostre emozioni sono puri movimenti d'energia.
Comprendiamo che il pensiero non è altro che una delle infinite
forme della percezione e che noi siamo molto più che i nostri pensieri:
siamo Coscienza.
Siamo un gioiello delDharmadhatu in cui si riflettono gli altri infiniti
gioielli e nei quali noi ci riflettiamo, in un bellissimo gioco dove ogni
cosa è in intima relazione ed è inseparabile dalle altre.
Ora tutto è chiaro, abbiamo sviluppato la "retta visione"
che ci ha portato alla "retta conoscenza".
"I monti ridiventano monti e i fiumi fiumi".
Consapevolezza
La consapevolezza viene comunemente intesa come "essere coscienti
di ... ", ma in realtà è qualcosa di più complesso,
che presuppone anche un vero e proprio processo di conoscenza. Quindi:
Consapevolezza come processo dinamico di conoscenza che permette di prendere
coscienza di...
Una conoscenza, ovviamente, che non scaturisce da un sapere esclusivamente
intellettuale e astratto, ma da un sapere d'ordine diverso, diretto e
immediato, che nasce dall'esperienza di tutto il corpo e della mente,
un sapere che è pratica attiva, con tutto il proprio essere. Dopo
questa definizione di carattere generale, passiamo a precisare meglio
i contenuti dei diversi tipi di consapevolezza che, pur avendo identica
funzionalità, sono però differenti nel loro centro focale,
agendo a diversi livelli di sviluppo.
Abbiamo così la consapevolezza della forma corporea (Xing), dell'energia
vitale (Qi) e della mente-cuore (Xin).
La suddivisione, data la loro naturale interdipendenza, è solo
formale, non sostanziale: ogni problema inerente ad ognuna di esse, come
pure ogni cosciente miglioramento, ha ripercussione sulle altre.
La consapevolezza corporea, che è il punto di partenza che apre
la strada alle altre due, possiamo definirla come "la conoscenza
di se stessi attraverso il corpo ". Conoscenza che prende l'avvio
dall'immagine soggettiva che ognuno ha del proprio corpo, che si sviluppa
per mezzo della percezione del proprio organismo dall'interno, sia per
quanto riguarda la sua forma o struttura corporea (Xing) sia per le posizioni
o posture (Shi) che può assumere nello spazio. Per una miglior
comprensione di come avviene il processo di percezione che ci permette
di costruire l'immagine del nostro corpo, è opportuno introdurre
il concetto di quello che in fisiologia viene chiamato, analogamente ai
cinque sensi, senso propriocettivo.
Dal punto di vista anatomico è presente in una forma molto ramificata
in tutto l'organismo. I suoi recettori, definiti propriocettori sono presenti
in tutti i muscoli, tendini, legamenti e articolazioni dell'apparato motorio.
Possedendo un livello molto alto di specificità informativa, i
propriocettori ci forniscono le informazioni sulla postura del corpo.
Questa capacità sensoriale, che si aggiunge ai cinque sensi, lo
possiamo sinteticamente definire il senso della percezione corporea di
sé, perché registrando ogni cambiamento posturale, ci permette
di prendere coscienza di noi stessi. A rigor di termini è un senso
cinestetico, in grado, quindi, di percepire le sensazioni provocate dal
movimento (dal greco kinein, "muovere", e aisthetikós,
capace di sentire). Le informazioni cinestetiche sono la fonte più
importante delle componenti spaziali della percezione umana: attraverso
di esse, non solo prendiamo coscienza del nostro corpo, ma interagiamo
anche con l'ambiente circostante. Da ciò si deduce che lo sviluppo
della consapevolezza corporea non è un processo statico, ma è
qualcosa che dinamicamente si costruisce, si struttura e si destruttura
nel continuo rapporto con il mondo.
Differenziazione e integrazione
Operativamente, il praticante deve essere attento ad ogni movimento e
posizione del corpo, deve affinare sempre di più la sua capacità
di percezione delle variazioni toniche dei muscoli, raffinando ulteriormente
la sensibilità cinestetica per sentire quali parti del corpo troppo
tese devono essere rilassate e quali troppo deboli devono essere, invece,
rinforzate; deve, quindi, rendere il suo corpo "intelligente"
e "vivo", deve essere in grado di differenziare la parte destra
dalla sinistra, l'alta dalla bassa, l'anteriore dalla posteriore, il centro
dalla periferia. Dalla differenziazione delle varie parti strutturali
deve essere in grado di passare all'integrazione, armonizzando la parte
destra con la sinistra, l'alta con la bassa e così di seguito,
in un processo di apprendimento sempre più sottile e raffinato,
in grado di ristabilire, in maniera efficace ed economica, l'equilibrio
dinamico di tutta la struttura corporea.
Differenziazione e integrazione sono le facce Yin e Yang di un unico processo
che ci permette di capire la giusta ripartizione gerarchica e funzionale
delle componenti fondamentali del nostro sistema psicofisico. Per esempio,
capire che la parte anteriore del corpo, con le sue ampie zone ricettive
è Yin, mentre quella posteriore e Yang, è fondamentale per
non commettere errori che possono inficiare il lavoro di anni. Infatti
il dorso, che con la sua solidità garantisce stabilità alla
colonna vertebrale, è complementare alla necessaria flessibilità
della parte anteriore. Invertire questi ruoli irrigidendo, come avviene
nelle palestre di body building, la parte anteriore con degli esercizi
che sviluppano in maniera eccessiva le fasce muscolari locali, significa
non solo alterare la giusta gerarchia funzionale, ma ignorare completamente
dove risiede la vera forza.
Altra fondamentale ripartizione funzionale è quella tra centro
e periferia del corpo, e quindi tra forza centralizzata e periferica.
È dai potenti muscoli del centro che partono gli impulsi motori
di una struttura efficiente e armonizzata. La presa di coscienza di queste
gerarchie funzionali ci permette di compiere correttamente qualsiasi azione
sia nella vita quotidiana, sia durante l'esecuzione di una tecnica marziale.
Senza lo sviluppo cosciente della consapevolezza corporea non c'è
progresso nella pratica, perché non creandosi la fusione armonica
tra Yi (pensiero cosciente), Xing (forma corporea) e Qi (energia interna)
viene meno il giusto modo di agire. Lo sviluppo della consapevolezza,
è opportuno sottolinearlo, non significa semplicemente una vaga
sensazione di stare bene nella propria pelle, ma è una reale sensazione
di forza e vigore interno, che con gli opportuni esercizi può essere
trasformata in forza fisica (Qi sheng Jin).
Infine, la consapevolezza della mente-cuore è la presa di coscienza
dei propri processi mentali e delle proprie emozioni; è una attenzione
continua ai propri stati interiori, che sviluppa la capacità introspettiva
della mente di osservare se stessa, la sua esperienza e le sue emozioni.
Intuizione
"Il pensiero di una mente pura è pura intuizione''
Quando la mente è libera dai pensieri che la distraggono,
i sensi funzionano in maniera chiara e finalizzata. Quando la mente è
chiara e trasparente come le limpide acque di un lago di montagna, allora
riflette tutto quello che le sta attorno. Questa capacità di una
mente pacificata di entrare in risonanza con l'ambiente circostante, cogliendone
le sottili sfumature, costituisce la base per lo sviluppo di un'altra
caratteristica fondamentale: l'intuizione. L'intuizione appartiene al
regno dello spirito, e come lo spirito non può essere allenata
direttamente, è un frutto che sorge spontaneamente quando tutte
le condizioni giuste coincidono. Come il contadino non lavora direttamente
sul frutto, ma sul terreno e sulla pianta, così, per sviluppare
l'intuizione bisogna lavorare sul rilassamento e sulla pace interiore.
Il contadino sa per esperienza che per ottenere dei buoni frutti non deve
forzare la natura, ma deve seguirla e aiutarla nel suo compito. Non può
tirare il grano per farlo crescere più in fretta, ma deve avere
una infinita pazienza per farlo giungere a maturazione. Sa che non è
lui a far maturare i frutti, ma è perfettamente conscio degli sforzi
quotidiani che deve compiere affinchè la natura svolga al meglio
la sua azione. Il praticante si deve comportare analogamente. Ogni tensione
fisica o emotiva allontana l'obiettivo: andare oltre per eccesso di tensione
è lo stesso che rimanere indietro, in ambedue i casi non si coglie
il bersaglio. Bisogna liberarsi di ogni tensione e portare l'attenzione
sui giusti mezzi e sul giusto modo di fare; solo allora si svilupperà
quella tranquillità che assicura l'efficacia dello sforzo, e un
bel giorno l'obiettivo sarà raggiunto in modo del tutto spontaneo.
Sarà come cogliere un frutto maturo, un premio naturale prodotto
dall'unione armonica delle cinque qualità della mente (volontà,
attenzione, concentrazione, coscienza, consapevolezza), che sono, metaforicamente,
come le dita di una mano che agendo assieme staccano il frutto maturo
dall'albero.
Così come il pollice è il dito più importante della
mano, ed è quello più in grado d'interagire con tutte le
altre dita, analogamente la volontà è la qualità
fondamentale della mente e rappresenta il terreno di coltura su cui crescono
e possono svilupparsi tutte le altre: dalla volontà si sviluppa
l'attenzione e quando si è "volontariamente attenti"
si sviluppa la concentrazione. Quando si è in grado di "concentrarsi
volontariamente" sui propri stati intcriori senza interruzioni per
il tempo che si desidera, allora si sviluppa un'introspezione così
costante da fare emergere uno stato di coscienza più profondo,
che produce una nuova dimensione di esperienza personale in perfetta armonia
con la nostra fonte più vera.
Come il pollice è il dito più importante della mano, analogamente
la volontà è la qualità fondamentale della mente
Quando questo avviene, la mente si apre a una conoscenza
d'ordine superiore che sviluppa la vera consapevolezza.
La fusione armonica di queste cinque qualità della mente apre le
porte della pura intuizione e lo Yi evolve nello Shen.
"Il pensiero di una mente pura è pura intuizione"
"La pura intuizione è pura percezione "
"La pura percezione è pura sensibilità"
Sviluppare la sensibilità richiede un particolare lavoro sia sul
corpo sia sulla mente: come una sensibilissima bilancia dobbiamo essere
in grado di percepire le differenze e le variazioni toniche dei nostri
muscoli e dei nostri stati emotivi; senza questa abilità non c'è
apprendimento, né evoluzione nella capacità di apprendere.
Rigidità ed eccessivo uso della forza tolgono sensibilità,
mentre, al contrario, sensibilità e leggerezza affinano la percezione,
cosicché anche una piuma che sfiora il corpo possa essere percepita.
Tutto il corpo, e in particolare braccia e gambe, devono diventare come
degli acuti sensori che tengono sotto controllo l'ambiente circostante
e l'avversario, così sensibili da cogliere ogni minima variazione,
per poter adeguare perfettamente ogni azione a quella avversaria. Se non
si sviluppa la sensibilità, allora bisogna imparare ad essere veloci
fisicamente per essere in grado di parare o schivare un eventuale attacco.
Se invece si ha la perfetta percezione dei movimenti dell'avversario,
lo si può precedere anche con un movimento "relativamente
lento". Molto spesso, le tecniche più spettacolari nascondono,
nella rapidità del gesto, una scarsa percezione.
I veri maestri non sono mai spettacolari, la loro azione è sempre
perfettamente calibrata, poco o niente traspare all'esterno; fuori il
maestro sembra lento, dentro è veloce come il fulmine.
"Chi è lento nello spirito deve essere veloce con il corpo"
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